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Questo racconto ha vinto il primo premio indetto dall'associazione degli scrittori italiani in Svizzera (Asis)

buona lettura


Non esiste dolore che una buona favola non aiuti a sopportare

David Trueba

A Barbara;
e a mia zia Silvia, per tutte le lettere che non le ho mai scritto;
e a Veronica che nel buio mi ha passato qualche candela di contrabbando;
e all‘immaginazione, in culo alla realtà.

 

 

Voliamo via…

 

Erano strane quelle lettere. Orazio, il postino che c‘era prima di me, non ci aveva capito molto. Poesie o roba del genere, aveva brontolato, poi se n‘era andato in pensione. Io so che in fondo Orazio era un tipo romantico e durante gli ultimi mesi di servizio c‘aveva provato a trovare quello strano indirizzo, anche sul computer nuovo che si diceva potesse collegarsi con tutto il mondo, ma alla fine rinunciava. Metteva il bollo e buttava tutto nel sacco. Se la sarebbero sbrigata laggiù in città, al centro di smistamento con le loro diavolerie moderne, perché lui un paese che si chiamasse Evigkeit giurava di non averlo sentito mai, non l‘aveva trovato nemmeno sull‘elenco telefonico, così come non aveva trovato il nome del destinatario. Forse, concluse, si trova all‘estero, ma quelle strane lettere tornavano sempre all‘ufficio del paese con sopra il timbro „destinatario sconosciuto“. Alla fine, negli ultimi giorni, fra mille dubbi, dopo trent‘anni di servizio senza una sola infrazione al regolamento, senza aver mai nemmeno accumulato un‘ora di ritardo sul servizio aveva ceduto alla curiosità e ne aveva aperta una, poi un'altra, e un'altra ancora. Lo osservavo leggere seduto alla sua scrivania, mentre io, novellino alle prime armi, combattevo disperatamente la mia battaglia con pacchi, buste e bollettini. Dopo alcune ore si alzò per affacciarsi alla finestra. Per qualche istante soffermò lo sguardo sulle nuvole pazze che correvano nel cielo primaverile e poi parlò:

-„Occupatene tu. Io mi sento troppo vecchio ormai.“

-„Ma che roba è?“ chiesi.

-„Poesie o qualcosa del genere“ disse.

Poi se ne andò in pensione. Così, la sera, dopo il lavoro, presi ad occuparmene io. Lessi una di quelle strane lettere, poi un'altra, e un'altra ancora…

 

15 settembre

Ciao stella. Probabilmente ci resterai secca quando scoprirai chi è il tanghero che ti scrive, se mai questa lettera ti raggiungerà, visto che il tuo indirizzo non lo conosco e considerato che potresti anche essere morta. Beh, come vedi io sono ancora vivo, anche se probabilmente in questo periodo ti vergogneresti di me. E inutile che cerchi di negarlo. Se capiteresti da queste parti sentiresti parlare di un tizio fuori di testa che vive nel bosco, che parla con le piante e si lava nel ruscello. Mi sembra di vederli i paesani, seduti davanti ai loro bicchieri di Chianti o di Chardonnay, mentre si pisciano sotto dalle risate. Capiresti che parlano di me e ti vergogneresti a chiedere la strada per venirmi a trovare. Poco male, significherebbe solamente che il mondo è ancora tale e quale a quando ne sono uscito qualche mese fa. Forse te ne andresti pensando che il vecchio s‘è rincoglionito, parla con gli alberi. Forse invece verresti ad abbracciarmi. Non so. Ma non ha importanza visto che non credo riceverai mai queste lettere che ti scrivo.

Si è vero, e per quanto la cosa mi dia fastidio sento il peso degli anni, ho una barba folta e i capelli stanno diventando grigi. Quando mi sbronzo mi ci vuole una settimana per rimettermi in carreggiata, ma non credo di essere pazzo anche se sono qui a scrivere lettere che non leggerai mai. Chissà dove sei ora, chissà cosa fai. Il mondo certe volte sembra così maledettamente grande. Forse non sei più la ragazza che conoscevo, forse sei solo una gnocca stagionata che si fa mantenere o forse sei ancora vitale e orgogliosa. Io sogno ancora il tuo sorriso. Mio Dio, esclameresti, varcata la soglia del duemila c‘è un uomo che sogna ancora. Eppure è così. Ieri ho sognato che eri qui con me, in questa cascina persa nei boschi, seduta vicino al focolare. Ti guardavi attorno alla ricerca di qualcosa, poi rassegnata ti sei alzata e sei uscita nella luce del crepuscolo. La cascina è a più di un‘ora dal paese, non c‘è corrente elettrica, non c‘è la doccia e per l'appunto nemmeno il gabinetto; bisogna andare fuori, nel bosco. Però li davanti c‘è un ruscello dove nei giorni più caldi si può fare il bagno e dal profilo del bosco si ergono magnifiche vette innevate. Questo ti sarebbe piaciuto, ne sono sicuro. Uhuuuh!

 

28 settembre

Qualche giorno dopo il nostro congedo, sono andato con gli amici a ingolloare birra fino a non riconoscerli più l‘uno dall‘altro e poi ho vomitato tutto, perché mi era andata di traverso la vita, vita che così lontano dalla tua mi sembrava fottutamente triste e completamente inutile. Ti amavo così tanto che quando venivo ad incontrarti mi pareva sempre di avere la febbre e non riuscivo mai a smettere di dire idiozie. Succede così agli innamorati, sai? Quando cominciano a dire stupidaggini non li fermi più, ci vorrebbe una fucilata per fermarli. L‘intensità del tuo sguardo faceva schizzare il mio cuore nel cielo e al suo passaggio le stelle si accendevano. Ed è proprio di stelle ti voglio raccontare oggi. Ti racconterò di Chiara, una bambina che qualche tempo fa è spuntata dal bosco ed è venuta a bussare alla mia porta e io le ho detto:

-„Ciao piccola, posso esserti utile?“

-„Si. Cerco qualcuno con cui passare le mie giornate“, mi ha risposto.

-„Ah…?!“

-„Già!“

-„Ah ecco!“

-„Già, ecco perché sono venuta a cercarla.“

Dovevo avere la faccia del vecchietto con la sedia a rotelle incastrata nei binari e il tram che arriva.

-„A cercare me?“

-„La gente racconta di un signore mezzo matto che vive nel bosco. Dicono che parla con gli alberi e dicono anche che si muove nelle ombre come un animale selvatico. E‘lei?“.

-„Di un po‘, te ne vai spesso a cercare pazzoidi nel bosco?“

-„Si.“

-„Beh, può essere un passatempo come un altro.“

-„Già!“

-„E non hai paura di incontrarne qualcuno per davvero?“

-„No. A me piacciono le persone speciali.“

-„E i tuoi genitori che dicono?“

-„Niente, non sanno che sono qui.“

-„Oh Gesù.“

-„Sono scappata di casa.“

-„Oh Gesù, sei scappata di casa?“

-„L‘ho già detto.“

-„Ma che ti è saltato in mente?“

-„Casa mia è così grande e così vuota, a parte le inservienti non c‘è mai nessuno. Ha un grande parco ma è circondato da un muro altissimo e non vedo mai nessuno se non la mia maestra che ogni tanto gioca con me.“

-„E i tuoi compagni? Non giocano con te i tuoi compagni?“

-„Non ho compagni, la maestra è privata. Io vorrei vivere qui, nel bosco, ci sono così tanti colori, profumi e suoni. Ci sono così tante belle cose da vedere e da fare. Io non sono come mio papà, non voglio vivere rinchiusa se non ho niente da nascondere.“

Ti metti in mente? Tutti quanti mi sfuggono perché dicono che sono mezzo matto e questa viene a cercarmi proprio perché lo sono. Si lo so, probabilmente mi sto cacciando nei guai, ma non ho avvertito nessuno, non l‘ho presa per mano per riportarla a casa. Dice che sono speciale. Come potevo tradirla? Mi ha raccontato di saper entrare ed uscire senza che nessuno se ne accorga. Io ho detto „Vabbé, che si fa ora?“

-„Io ho sete“ ha detto. Allora ho preso del serpillo e ci siamo fatti una tisana.

 

18 ottobre

Chiara ha preso l‘abitudine di venire a trovarmi ogni volta che riesce a fuggire. Se ne sta per ore nel bosco a giocare. Qualche volta la sento ridere, qualche volta la sento mentre cerca di imitare il verso di qualche animale. Col corvo e la nocciolaia se la cava egregiamente, sull‘abbaiare del capriolo e il barrire del cervo deve ancora lavorarci un po‘. Quando finalmente è stanca viene da me, mi si siede accanto e mi chiede di raccontarle dei fiori, delle rocce, degli animali, degli alberi. E‘una bambina molto curiosa. Allora le parlo dell‘eleganza del camoscio, dell‘agilità dello scoiattolo, della forza dei fiumi, della solidarietà dei fiocchi di neve, della saggezza dell‘abete bianco, della sete del salice, della vanità e della curiosità della betulla. Vuole sapere tutto di tutto, e se ne sta li e mi ascolta con gli occhi chiusi. Qualche volta mi fa delle domande:

-„E il larice? Dimmi del larice!“

E allora racconto del larice.

-„Il larice? Beh, il larice è un tipo nobile. Si crede un duro ed effettivamente lo è; sfida il vento, il gelo e i fulmini con coraggio ma non per questo è un arrogante e la sua forza non lo rende invadente anzi, molti larici amano starsene per i fatti loro in luoghi luminosi e dai costoni osservano benevoli il passaggio di animali e uomini“

-„Si, è vero, sono belli, luminosi, ma spesso sembrano malinconici“, obietta lei.

-„Come l‘abete bianco anche il larice è un saggio, ma non sempre trova la pace, spesso il tronco del larice è contorto e i rami sono slogati…“

-„Credi davvero che assomiglio ad una betulla?“

-„Si, abbastanza direi, sei pioniera, ti piace esplorare nuovi territori e poi sei vanitosa.“

-„Ma io sono vanitosa in un modo simpatico“ dice sorridendo.

-„E‘vero, esattamente come la betulla.“

 

22 ottobre

Oggi Chiara mi ha chiesto di raccontargli una storia, così ho cominciato a narrare la storia di un bambino venuto da un pianeta lontano e di una volpe che voleva diventare sua amica. Forse ti ricorda qualcosa. Del resto chi può scordare quella parte della storia del Piccolo Principe? Certe notti rimanevo sveglio per guardarti dormire e allora prendevo quel libretto che stava sempre nel cassetto e te lo leggevo sottovoce “Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi guarda! Vedi laggiù in fondo, i campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile”, disse la volpe “I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

Non so cosa dirti. Forse queste lettere le metterai in qualche cassetto, oppure le metterai nel tuo cuore, forse le brucerai, chi lo sa?! Ma più probabilmente non le leggerai mai e se qualcuno un giorno le troverà probabilmente correrà al bar per farsi quattro risate in compagnia alla faccia di questo pollo. Vabbé….

 

5 novembre

Ti ricordi di Kamo? E‘quello che diceva che c‘avevi un culo come una padella e tu dicevi che era il personaggio più imbarazzante per il genere umano, dicevi che nemmeno una prolungata esposizione in zone radioattive o un esperienza quale cavia umana di laboratorio potevano spiegare il fatto che avesse più aria nel cervello che nei polmoni. Non potevate soffrirvi, ma nonostante il suo sarcasmo era una delle persone più buone del mondo e so che in fondo vi volevate bene. Beh, Kamo è morto qualche giorno fa. „Un infarto“ m‘ha detto un parente, „sembrava così in forma, chi l‘avrebbe mai detto“. A me è sembrato subito chiaro, lo usava così tanto il cuore, è logico che prima o poi gli si sarebbe rotto. Ti parlo di Kamo perché mi ha fatto capire molte cose, era molto più sveglio di quanto tu creda. Insomma, trent‘anni fa dopo che ti ho vista l‘ultima volta ho cominciato a tenere sempre con me un pezzo di carta e una matita, non sono mai più andato in giro senza qualcosa per scrivere. Volevo scriverti, non so esattamente cosa, ma sentivo il bisogno di scriverti. Ma per anni non sono riuscito a buttar giù una sola riga, mi mancavano le parole. Poi, un giorno sono andato in montagna con Kamo. Pioveva e la sera arrivammo in un rifugio dove cercammo di accendere un fuoco, ma era tutto molto umido e sembrava un‘impresa disperata. Allora Kamo disse „Dammi la carta.“

-„Come?“

-„La carta!“

-„Nemmeno per sogno.“

-„E come l‘accendiamo il fuoco?“

-„E se bruciamo la carta e poi mi viene l‘ispirazione? Non posso mica scrivere una lettera sul palmo della mano“, dissi io.

-„Dopo tutti questi anni non puoi star qui ancora a rompere l‘anima alla gente con quella storia, dammi quei fottuti fogli che se non accendiamo il fuoco ci congeliamo le chiappe“, replicò lui.

-„Tu non vuoi capire…“ risposi con tono melodrammatico.

-„Capisco benissimo invece. E‘una vita che ti porti addosso carta e matita. Mi dici che cavolo te ne fai visto che non hai il coraggio di usarle?“.

Solo allora mi sono reso conto che Kamo aveva ragione, non erano le fottute parole che mancavano, era il coraggio di scriverle. Quando Kamo è morto, mi sono tornate alla mente quelle parole, così adesso sono qui che scrivo e non so se ti interessano le storie di questo relitto, non so nemmeno dove spedirle, ma è che certi giorni sono talmente pieno di cose che devo raccontare e tutto questo affannarsi a trovare parole serve a svuotarmi, a riordinare le cose. Scriverti è una cosa che mi rimette in sesto, davvero.

 

7 novembre

Oggi chiara mi ha chiesto di te, ha capito che c‘è ancora un profumo di donna che mi riempie i pensieri.

-„Com‘era lei?“ ha chiesto.

-„Beh, i suoi occhi hanno il colore del mare, il suo sorriso è il sole che sorge, è un alba a ottomila metri. Qualcuno una volta ha detto che ha il culo come una padella, ma secondo me non è vero.

-„A volte dici cose davvero strane.“

-„Grazie al cielo non sai cosa penso.“

-“Poi cos’è successo?”

-“Poi ho detto le cose sbagliate nel momento sbagliato, lei non capiva ed io ho cominciato a lagnarmi.”

-“Aveva ragione la volpe del Piccolo Principe”.

-“Riguardo a cosa?

-“Diceva che le parole sono fonte di malintesi.”

-“Già!”

-“Sarebbe bello se la gente potesse capirsi anche senza parlare, capirsi solo guardandosi negli occhi, così come fanno gli angeli.”

-“Si, sarebbe magnifico. Sarebbe magnifico capirsi così come fa il mare con la terra, il sole con la luna e le nuvole col vento…”

Mentre scrivo Chiara è sdraiata fra le foglie e guarda verso il cielo, forse cerca oltre le nuvole un piccolo pianeta abitato da un Piccolo Principe.

 

 

15 novembre

Oggi Chiara ha preso dei pezzi di carbone dal focolare e si è messa a disegnare un volto femminile su di una pietra che affiorava dal terreno. Canticchiava, ma era malinconica. Alla fine le ho chiesto:

-„Dov‘è tua mamma?“

-„In America.“

-„Non viene mai a trovarti?“

-„Non può. Anche lei è scappata di casa, con la famiglia di mio zio, che è suo fratello. Adesso vivono in Argentina, lei suona il pianoforte e organizza concerti nei quartieri di Buenos Aires, ma papà non lo sa o fa finta di non saperlo. Quando la sento al telefono mi dice sempre che presto verrà a prendermi…è che non sa come fare poverina.“

Annuisco e per un po‘rimaniamo assorti nei nostri pensieri. Gli abeti cominciano a fremere scossi dal vento.

-„Beh, avremo una bella notte stellata.“ Dico.

-„Come fai a saperlo?“

-„Il vento, il vento del nord scopre il cielo dalle nuvole. E‘il favonio.“

-„Dev‘essere bello sapere che tempo farà solamente ascoltando il vento.“

-„Sai Chiara, il bosco freme, vive, parla. E‘cosciente della nostra presenza e ci racconta delle cose, ma bisogna saperlo ascoltare.“

-„Io vorrei vivere sempre qui nel bosco, vorrei essere come te“ mi dice.

-„E come sono io?“

-„Libero!“

Vero. Non ho nessun indirizzo. Lo stato si è dimenticato di me, forse mi si considera morto o disperso, ho ottime riserve finanziarie e spendo pochissimo. Non devo render conto a nessuno delle mie giornate. Ma si è liberi veramente quando si ha nostalgia di qualcuno?

 

17 novembre

Oggi Chiara mi ha portato un vecchio giornale. C‘erano le foto di una manifestazione no-global che per una volta non era sfociata in scontri con la polizia. La grande notizia sembrava più quella che altro. Chiara mi ha chiesto di spiegarle un po‘tutta la faccenda. Io ho fatto del mio meglio, ma non bisognerebbe mai cercare di spiegare le cose che non si è capito fino in fondo. Infatti è rimasta un po‘delusa dalle mie spiegazioni. Quando per esempio mi ha chiesto chi è responsabile dell‘inquinamento e si è sentita rispondere „tutti noi“, è rimasta un po‘delusa. Quando alla fine si è convinta che non la sapevo poi così lunga come volevo far credere se n‘è andata nel bosco. Io sono rimasto li a guardare quelle foto in bianco e nero. Oggi, che ho più esperienza nel sacco e mi sembra di sapere come funziona il mondo, sorrido quando guardo quei giovani idealisti che si riversano nelle piazze a rivendicare un mondo più giusto, mi fa sorridere giuro, forse perché per molto tempo l’ho fatto anch’io, tu lo sai. Non lo facevo perché sognavo una rivoluzione, no, io sognavo un’evoluzione. Probabilmente quelle persone sbagliano tutto, non è davvero così che cambieranno le cose, ma come si fa a non amarli, dimmi come si fa a non amarli!? Come si fa a non capire il loro malessere? Vedi, ci stiamo divorando le foreste, la fascia d‘ozono, l‘aria che respiriamo e gran parte delle risorse naturali che ci permettono di soggiornare su questo pianeta. I grandi, aldilà delle promesse e degli accordi solenni, non fanno nulla per porre un freno a tutto ciò. La dirstruzione del pianeta è un affare troppo lucroso. Il problema è che l‘uomo ha perso la sua ancestrale saggezza ed agisce senza pensare alle conseguenze. Vorrei che tu potessi vedere questa bambina fuori di se dalla gioia mentre rincorre i primi fiocchi di neve, credo capiresti. Noi si, ma lei di cosa ha colpa? Ha forse chiesto lei di nascere e di vivere in un mondo sul orlo del collasso? Quando lei è arrivata tutto questo era già cominciato, non ha nessuna colpa. Noi siamo fregati, ma per chi deve ancora arrivare, per questi esseri magici che saranno i nostri figli, per loro io credo che bisogna fare qualcosa, lasciargli aria buona da respirare e boschi in cui giocare. Forse finalmente anche noi ci sentiremmo meno tristi, angosciati e inutili e un giorno potremo andarcene sorridendo, con dignità e senza vergogna.

 

29 novembre

Chiara ha giocato nel bosco per alcune ore. Di tanto in tanto la vedevo fare capolino fra gli alberi e poi spariva di nuovo. Oggi si è costruita un nuovo sogno. Mi ha detto che per vivere diventerà una guida, di quelle che si muovono in silenzio e che di notte vedono come i gatti. Infatti è diventata silenziosissima, in poco tempo ha imparato a muoversi leggera come il capriolo, a fiutare come la volpe e ad arrampicarsi come gli scoiattoli. Sa leggere le tracce e sa se pioverà oppure se verrà il sole. Si muove in sintonia col bosco, ne è diventata parte. Viene da me e mi chiede di insegnarle le cose della foresta, ma io non so più cosa insegnarle che lei non sappia già o che non possa imparare osservando l‘erba crescere, gli animali muoversi o il vento giocare fra gli alberi. Si possono trarre grandi lezioni osservando le nuvole correre nel cielo o i fiocchi di neve ricoprire la terra. I suoi maestri ora saranno la curiosità, la sensibilità e tutti e cinque i sensi.

Sai, ci sono studiosi che conoscono nei minimi dettagli la composizione del suolo, sanno definire la qualità dell‘acqua, hanno studiato ogni albero e di ogni albero sanno dire il nome in latino. Parlano di idrologia del suolo e con l‘aiuto delle leggi della fisica possono spiegare come un uccello può sostenersi in volo, ma anche perché la gallina non può farlo. Sembra che conoscano ogni cosa del bosco, eppure molti di loro avrebbero paura a passare anche una sola notte soli nel bosco. Questo accade perché in fondo, il bosco non lo conoscono veramente. E‘come con un amico, chiunque conosce i propri amici meglio di qualsiasi dottore, filosofo o psicologo, anche se non ha studiato anatomia umana o psicologia. Chiara è diventata amica del bosco.

 

1 dicembre

Oggi ho portato Chiara su un poggio a vedere delle incisioni rupestri che ho trovato scolpite in un masso. Le ho ripulite dal muschio, dal nevischio e dalle foglie morte, ma lei era più attratta dal richiamo dell‘aquila portatoci dal vento. Poi all‘improvviso è rimasta senza fiato.

-„Come sono belle queste incisioni nella roccia“, ha esclamato. „Sono belle, ma non sono belle per la loro forma.“

-„Per cosa allora?“

-„Guarda queste croci, credo che un qualsiasi artigiano potrebbe farne di migliori, ma queste hanno qualcosa di diverso, di magico.“

-„Sai cos‘hanno di magico?“ ho chiesto.

-„Cos‘hanno di magico?“

-„La voce!“

-„Come la voce? Quella della roccia?“

-„No, quella degli uomini..“,.“

-„…“

-„Cerco di spiegarti: quando avevo la tua età mi introducevo di nascosto dentro le cascine o dentro le vecchie case abbandonate e spesso mi ritrovavo a meditare su di una vecchia foto sbiadita, una scarpa rotta o su di un calderone annerito ancora nel focolare e mentre mi aggiravo come un fantasma fra quei muri pericolanti, facendo scricchiolare le vecchie assi e sollevando nuvole di polvere, pensavo. Mi chiedevo perché mai fossi tanto attratto dai luoghi abbandonati e solitari. Quando ho visto queste incisioni ho avuto una risposta. Guardale bene. Chi ha inciso nella pietra queste croci è morto da molto tempo ormai, eppure continua a parlare. Capisci? Lo senti ora? Apri gli occhi, gli occhi della fantasia, vola nel tempo. Lo vedi quello che le croci ti dicono?“

-„Si…“

-„Vedi?“

-„Vedo un uomo che le sta scolpendo. E‘molto concentrato. Forse li vicino c‘è un fuoco acceso.“

-„Bene. Impari in fretta. Ricorda che ogni cosa che noi facciamo viene presto dimenticata, ma in un modo o nell‘altro resta in questo mondo. E‘così con tutto, anche le parole, restano li sospese nell‘aria dove le abbiamo dette e magari risaltano fuori dopo cinquant‘anni quando per caso ripassiamo di li, magari mai più, ma se ne restano li, per sempre. E‘per questo che dovremmo lasciarci dietro una scia di cose belle. Non è necessario inciderle nella roccia. Si può anche solo disegnarle nell‘aria. Quelle cose continueranno a parlare anche quando noi non ci saremo più. Tutti noi siamo frutto di queste belle cose che gente prima di noi ha fatto. Pensa per esempio al mondo, pensa a sei miliardi di persone. Si è vero non è sempre l‘amore ad insinuarsi fra due persone quando finiscono con l‘abbracciarsi, ma pensa per fare sei miliardi di persone quanti miliardi di atti d‘amore sono stati compiuti, noi stessi siamo testimoni e prove viventi di qualcosa di bellissimo che si perpetua da epoche antichissime. Non fare mai cose di cui poi ti vergognerai. Io l‘ho fatto e adesso continuo a sbatterci la testa.

-„Cosa potrei fare di bello?“

-„Puoi regalare un sorriso ad una persona triste, oppure piantare un albero per esempio. Un giorno darà nutrimento e alloggio agli animali, frutti e legna agli uomini, ombra alla terra. Piantare un albero mi sembra un bel gesto.“

-„Anche a me sembra una bella idea.“

-„Anche il sorriso non è male, magari farai felice un uomo triste e dopo molto tempo dall‘ultima volta darà un bacio a sua moglie e sua moglie lo abbraccerà e faranno il figlio che lei aveva tanto desiderato e questo figlio avrà il sorriso che tu hai regalato a suo padre e questo figlio da grande sarà un buon medico e salverà molte persone e quelle persone salvate salveranno altra gente, animali e foreste e il tuo piccolo sorriso continuerà a fare del bene anche fra un secolo, anche fra mille anni.“

 

13 dicembre

Ieri sera, tornando alla cascina, già da lontano ho notato la luce accessa. Ho pensato che fosse passata Chiara e che si fosse dimenticata di chiudere la bombola del gas prima di tornare a casa. Invece Chiara era li, sdraiata sul letto, con una faccia serissima e talmente concentrata che non mi ha nemmeno sentito entrare. Vederla li così, con quella faccia faceva venire da ridere, ma non ho riso. Aveva trovato una scatola piena di vecchie lettere, quelle che per una ragione o per l‘altra avevo deciso di conservare. Mi ha visto e si è messa seduta sul letto guardandomi in modo indecifrabile. Credevo stesse per scusarsi di aver curiosato fra le mie cose più intime. Invece no. Quella sorpresa vivente si è schiarita la voce ed ha cominciato a leggere ad alta voce il passaggio di una lettera.

-“Non smette più di piovere, sembra che la terra cerchi di pulirsi da sola, sembra che il cielo cerchi di affogarci nelle sue lacrime e ne avrebbe tutto il diritto. Quel che mi trovo davanti è lo scenario più apocalittico che abbia mai visto. Non è rimasto in piedi un solo albero. Dal fondo valle fino alle cime, praticamente qualunque posto l’occhio possa raggiungere è coperto dai detriti, dai resti degli alberi maciullati. I fiumi e i ruscelli sono spariti sotto la distruzione. Si vedono solamente le strade usate per l’evacuazione del legname di prima qualità, ovvero gli alberi centenari se non millenari. Questo è l’uomo, è un cancro che divora la terra sulla quale vive, è un cancro che cresce e lentamente uccide se stesso...”

Me la ricordavo bene quella lettera. Me l’aveva scritta Dayna dal Canada una quindicina di anni fa. Cercava gente abbastanza balorda che avesse il coraggio di inoltrarsi nelle zone di taglio per documentare le illegalità.

-“Io non credo che l’uomo sia così cattivo” mi dice seria. Io ogni tanto ascolto la radio o le cassette che mi manda mia mamma. La natura ha una sua bellissima musica, ma anche l’uomo ha creato delle musiche bellissime. Io non credo che chi può creare una cosa tanto bella è cattivo o stupido fino in fondo.”

Come si fa a non aver voglia di abbracciare un essere del genere?

Guardava le foto di una vita appese ai muri della cascina.

„Hai viaggiato molto vero?“

„Si, molto, forse troppo.“

„Io da grande voglio viaggiare, vedere le genti di altri paesi, conoscere cosa mangiano, di cosa vivono, a cosa pensano quando guardano l‘orizzonte. Se non potrò viaggiare mi costruisco una capanna nel bosco e resto a vivere li.“

-„Chiara?!“

-„Si?“

-„Devi promettermi una cosa.“

-„Cosa?“

-„Quando inseguirai i tuoi sogni o, peggio ancora, quando ne parlerai, ci sarà chi ti ostacolerà e chi riderà di te, ma non prendertela, in questo mondo rassegnato chiunque cerchi di rimanere se stesso, magari sognatore e altruista, appare agli occhi di molti sentimentale o ancora più facilmente un po’scemo. Ma è importante fare cose piccole ma belle, cose che fanno bene. Quando verranno i momenti difficili della vita, vorrei che tu possa ricordare queste parole.“

-„Tutte? Forse dovrei scrivermele…“

 

29 dicembre

Me ne stavo li a spellare rami di nocciolo. Chiara qualche giorno fa si è costruita un arco e m‘ha chiesto se sapevo come fare delle frecce. Lei era li sdraiata a guardare il cielo.

-„André?“

-„Ja?“

-„Perché a Natale si addobba l‘albero?“

-„Se devo essere sincero non ne ho idea.“

-„Sai che mio papà ha molte fabbriche?.“

-„Si, me l‘hai raccontato.“

-„In queste fabbriche costruisce giocattoli, passeggini e cose così. Prima, quando ero più piccola credevo che fosse Babbo Natale, credevo che lo facesse perché amava i bambini, invece adesso ho capito che lo fa perché ama i soldi.“

 

2 gennaio

Questa notte Chiara è di nuovo scappata di casa. Ha attraversato il bosco senza nemmeno una torcia elettrica ed è arrivata fino alla cascina. Stamattina mi sono alzato presto, volevo andare su qualche cima a guardare l‘alba. Quando sono uscito dalla porta era ancora buio, ma sotto un albero ho notato un fagotto strano. Era lei. A ragione ha pensato che mi sarei arrabbiato se avessi saputo che era scappata di notte, così non ha avuto il coraggio di entrare. Ha preso delle coperte che c‘erano nella legnaia e ci si è avvolta dentro col progetto di tornare a casa prima del sorgere del sole. L‘ho presa e l‘ho portata dentro, accanto al fuoco. Tremava come una foglia.

-„Ma come ti è saltato in mente. Vuoi lasciarci la pelle? Perché non sei entrata?“ Le ho detto in tono severo.

-„Non fa niente“ m‘ha risposto sorridendo.

-„Come non fa niente, sei in ipotermia, potevi congelare. Tu sei completamente matta.“

-„Le stelle André.“

-„Cosa centrano le stelle?“

-„Le stelle…così vicine non le avevo viste mai. Era bellissimo.“

La mia rabbia e lo sgomento sono svaniti di colpo e mi sono anche sentito orgoglioso, un orgoglio strano e accompagnato da una certa nostalgia. Ho paura che questa bambina faccia parte della famiglia dei sognatori, dei poeti, degli idealisti. La famiglia di quelli che crepano di fame e vivono di speranze, così, tanto per intenderci. Ho paura perché questa gente esiste, anche se sembra non ne abbia il diritto e per loro non è così facile andare per il mondo.

 

9 gennaio

Prima che tu sconvolgessi la mia vita ero come un pazzo; con nessuna delle mie donne avevo mai calcolato un rischio, mi buttavo alla cieca e durante i miei goffi tentativi di tirare fuori qualche sentimento dai loro congelatori mi ero sempre fatto massacrare. Tu sei stata l‘ultima, un vero massacro, stile Little Big Horn. Dopo di te il mio atteggiamento è cambiato. Io e l‘amore siamo diventate due bestie strane e ci annusavamo con sospetto e alla fine fuggivo con la coda fra le gambe. Mi sei rimasta dentro ed è peggio che avere un dente cariato perché nemmeno il dentista ti può estrarre da me con un colpo solo, secco e deciso, fosse anche senza anestesia, perché se fosse per me, mi inginocchierei davanti a lui e lo implorerei di farlo. Da allora la mia vita è diventata un casino, un bordello assoluto, un continuo alternarsi di momenti sereni e altri fatti del vuoto più totale. Ho vissuto in sedici paesi diversi e ne ho passati una quarantina, ho camminato nel deserto, nelle pianure, fra le montagne. In questi anni ho navigato più fiumi, laghi e mari di quanti ne possa ricordare. Ho cambiato una ventina di lavori, centinaia di suole, migliaia di strade. Ho stretto un sacco di mani e ho preso un sacco di botte. Ho conosciuto la fame e le indigestioni. Sono stato aggredito da un grizzly e sono caduto come un idiota dal sesto piano di una palazzina mentre cercavo di fotografare un nido di rondini. Ho subito 6 rapine di cui quattro a mano armata e un tentativo di stupro in un carcere venezuelano. Ho al mio attivo una coltellata alla coscia destra, un‘apendicite, un paio di broncopolmoniti, la malaria, decine di diarree, centinaia di pidocchi, sette costole rotte, tre fratture al naso e due al polso destro. Tra l‘altro ho perso due dita dei piedi per congelamento e per le restanti ferite penso di arrivare tranquillamente ad un totale di cento punti di suturazione. Credo che tutto questo mi abbia un po‘fiaccato.

Durante tutti questi chilometri, durante tutti questi anni mi hai sempre accompagnato in un modo o nell‘altro. Sai, ricordo che un giorno mi hai detto che se avresti potuto esprimere un desiderio avresti chiesto che non ci fossero più guerre, ne avidità, ne paura, ne odio. Qualche tempo dopo mi hai detto che non leggevi più i giornali perché dentro quelle pagine c‘erano solo cose tristi, brutte, dolorose e tu ci stavi male. Non pretendo che tu capisca, ma almeno che tu lo possa accettare, perché io quel che ho fatto non l‘ho fatto per rabbia, per noia o per chissà cos‘altro, l‘ho fatto per amore, perché sognavo che un giorno tu potessi di nuovo aprire un giornale e sorridere, perché li dentro non ci avresti più trovato ne fame, ne povertà, ne guerra e neanche inquinamento. Avresti letto della grande festa del mondo, e sarebbe stata musica, una rivoluzione, ecco cosa sarebbe stata, una vera rivoluzione, di quelle fatte di colori danze, risate, abbracci e musica. Quando avresti aperto il giornale tutt‘attorno sarebbero volate parole come stelle, calore, pace, solidarietà, amore, felicità, amicizia. Puoi scuotere la testa e sorridere, ma io c‘ho creduto davvero e c‘ho dedicato una vita, fosse stato anche solo per una sola edizione speciale di un simile giornale.

Si si, una bella favola! Dici? Beh, che ci vuoi fare? Mi piace sognare, raccontare favole, rincorrere cose impossibili, così come ho rincorso trafelato una ragazza dagli occhi marini, che, per uno cresciuto in montagna come me, capire cos‘ha di bello il mare immergendomi negli occhi di una ragazza, non è cosa da poco. Io è in quel mare che continuo a nuotare.

 

12 gennaio

-“André?!”

-“Dimmi piccola.”

-“Noi siamo amici vero?”

-“Si, spero di si, spero che quando ne avrai bisogno te lo saprò dimostrare.”

-“E’bello avere un amico, qualcuno con cui parlare, con cui giocare e ridere. E poi un amico lo puoi prendere per mano senza star li a pensare che magari hai la mano sudata.”

-“Si, è bello avere amici.”

-“Sai, mio papà mi fa sempre tenere in tasca un fazzoletto, così mi posso asciugare la mano prima di stringerla ai suoi amici. A me sembra una cosa fastidiosissima, anche perché se fosse per me, non mi verrebbe mai in mente di toccare la mano a quei signori. Sono sempre freddi, sembrano dei morti, delle statue o non so cosa.”

 

14 gennaio

-“André, cosa guardi sempre cosi lontano?”

-“Le montagne.”

-“Le ami molto vero?”

-“Si, ho sempre amato la montagna, la sua grandiosità, il suo silenzio, le sue rabbie nascoste, la sua saggezza. Quando ho bisogno di fare la pace con me stesso vengo qui, e lei immancabilmente mi accoglie benevola, e come una madre mi aiuta a riordinare le idee, mi consiglia con saggezza.”

-“Ti senti a casa qui?”

-“Casa? Forse si. E‘che dopo mesi passati in montagna ad ascoltare grandi silenzi e lievi sussurri, arrivare nel rombo dei motori del paese mi stordisce e solo quando torno nel silenzio del bosco mi sento finalmente al sicuro.”

-“Io piango qualche volta, perché non so dov’è casa mia. Qui mi sento bene, forse è qui nel bosco casa mia o forse è a Buenos Aires. Però quando sono alla villa, nella mia camera piango e mi sento così lontana da casa…”

 

30 gennaio

-„André?“

-„Dimmi tutto.“

-„Quando incontrerò l‘uomo della mia vita, come farò a sapere che è lui?“

-„Te lo dirà il cuore e una salivazione eccessiva.“

-„Ma quando ti sei innamorato di quella ragazza a cui scrivi, come hai fatto a capire di amarla?“

-„Te lo detto.“

-„Potevi anche solo volergli molto bene, come ad altri…“

-„Dimmi Chiara. Secondo te qual è la cosa più pazza che hai fatto?“

-„Non saprei, ma che centra?“

-„Forza, fai uno sforzo.“

-„Uhm…una volta sono saltata nel lago da una roccia. Alla mia maestra quasi si ferma il cuore. Piangeva, diceva che ho saltato più di dieci metri e pensava che mi ero uccisa.“

-„Ti sei fatta male?“

-„Un po‘si.“

-„E che sensazioni hai provato?“

-„Quand‘ero là, aggrappata alle rocce e guardavo il lago di sotto avevo paura, mi tremavano le gambe, ma avevo una tal voglia di saltare in quell‘acqua scintillante che alla fine mi sono lasciata andare. Ho chiuso gli occhi e mi sembrava di volare. Forse ho volato davvero, ho sentito l‘aria e il sangue venire su come il caffè in una caffettiera. Ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena, poi sono entrata in acqua. Sembrava che l‘acqua mi abbracciasse, mi sembrava una magia, mi sentivo viva e felice, mi sembrava una pazzia.“

-„Bene, riassumiamo. Dolore, paura, desiderio, abbandono, volo, ebrezza, brivido, vita, felicità, pazzia…tutto in un colpo solo, giusto?“

-„Si!“

-„Chiara, quando davanti a qualcuno proverai tutte queste cose solamente sfiorandolo capirai che quello è l‘uomo che ami. Con me almeno è successo così.“

-„Come hai fatto a lasciartela scappare?“

-„Vedi, se una farfalla colorata si posa sul tuo braccio tu sarai felice, e ti spiacerà vederla volar via, ma sarà bellissima e sarà comunque la tua farfalla. Se invece per tenerla con te la chiuderai in una scatola di vetro, avrai la farfalla, ma non il suo volo, ne il suo amore, ne i suoi colori e nemmeno la sua magia.“

 

30 gennaio

Non sono un angelo, non mi illudo. Mi piace fare la bella vita e spesso ho dato più retta ai testicoli e alla pancia che ai sentimenti. Ho viaggiato e viaggiato, ma mi sono anche preso dei lunghi attimi di pausa. Una decina d‘anni fa, con un socio, ho messo su un amaca-bar in una spiaggia brasiliana. E‘stato mica male. Per quattro anni sono stato li a trangugiare alcol e succhi di frutta, ad abbronzarmi e ad abbordare le belle ragazze che mi giravano attorno mezze nude. A parte quello non ho fatto praticamente niente, il bar andava avanti da solo, bastava che l‘uno o l‘altro andasse ogni tanto a dare un occhiata. Per vivere ci bastava spennare di tanto in tanto qualche sprovveduto e ottuso turista americano. Zeppi di dollari potevamo permetterci perfino una donna delle pulizie per i nostri alloggi.

Ma poi ho cominciato a sentirmi inquieto. Guardavo gli aerei passare nel cielo e sulla spiaggia e nei ristoranti sentivo parlare lingue sconosciute. Allora ho mollato tutto. Ma non sono stati solo la curiosità e i presagi a farmi partire di nuovo. A volte, mentre mi cullavo con gli occhi chiusi sulla mia amaca personale, ti vedevo li che mi guardavi ed ero contento, perché mi piacciono tantissimissimo i tuoi occhi. Mi guardavi e mi sorridevi. Ero inquieto perché amo il tuo sorriso e avevo paura che se avessi continuato con quella vita avresti smesso di sorridermi.

 

14 febbraio

Ieri sera Walter, mio vecchio amico e padrone della cascina in cui vivo, è venuto a vedere se ero ancora vivo o se avevo deciso di affogarmi nel ruscello, infatti quando mi sono ritirato quassù non avevo un bell‘aspetto. Walter ha portato un giradischi e così ho dovuto avviare il generatore che tengo per le emergenze. Assieme al giradischi ha portato anche vecchi dischi degli Inti Illimani e alcuni tanghi di Gardel, così abbiamo passato la notte a bere vino e a ricordare la nostra gioventù, quando ancora sognavamo di essere ribelli ed eravamo sicuri che la nostra vita sarebbe stata piena e colorata, completamente diversa da quella della gran parte della gente. Walter se n‘è andato alle tre del mattino. Mi sono svegliato alle otto; Chiara mi ha rovesciato in testa un secchio d‘acqua gelata e se l‘è svignata sghignazzando, quasi mi prende un colpo. Mi sono tirato su dal letto con la faccia da babbuino incazzato e quasi mi prende un altro colpo quando ho sentito le sue grida provenire dal bosco. Mi sono precipitato fuori in mutande. Te la vedi la scena? Dal bosco spuntano due tipi vestiti di nero, scarpe nere, occhiali neri, umore nerissimo. Uno di loro trattiene Chiara per un braccio, l‘altro tira fuori un walkie-takie e pigia sul tasto di trasmissione.

-„L‘abbiamo trovata Signor Maders, è nella radura vicino al cascinale, con lei c‘è anche un altro tale mai visto, è in mutande.“

-„Chiara, chi cavolo sono questi qui?“ chiedo irritatissimo.

-„Lavoriamo per il signor Maders.“ dice seccamente uno dei due.

-„E chi cavolo è? Sembra il nome di un cioccolatino.“

-„E‘mio papà, queste sono le sue guardie private“ dice Chiara fra i singhiozzi.

-„Private di cosa, del cervello? Non si tratta così una bambina. Lasciatela immediatamente.“

Uno dei due mi punta contro l‘indice come fosse una pistola. Restiamo a guardarci in silenzio. Pochi attimi dopo dal bosco spuntano altri due tizi, uno sembra un armadio con la faccia da pit-bull, una di quelle guardie del corpo che sembrano in grado di romperti il femore con un morso. L‘altro dev‘essere il „Signor Maders“; camicia bianca, orologio d‘oro, scarpette in pelle, linea impeccabile, solo qualche goccia di sudore sulle tempie per la camminata. La bambina ha gli occhi sbarrati dalla paura e io, anche se sono un vecchio rincoglionito e ancora rintronato dall‘alcol, capisco cosa sta succedendo, ho sempre saputo che sarebbe successo.

-„Voi pensate a quello straccione, del resto mi occupo io“ ringhia il „Signor Maders“. Lo straccione sono io e il resto è una bambina di dieci anni terrorizata che cercava di essere una bambina di dieci anni.

Non ho il tempo di dire niente; i tre caterpillar mi scaraventano a terra, uno mi si inginocchia sulla schiena e mi torce il braccio mentre il secondo entra in casa a vedere se c‘è qualcun altro. La mia schiena scricchiola. Il terzo Urangutan sta semplicemente a guardare. La bambina piange. Il ‚Signor Maders‘ le molla un paio di schiaffi ben assestati, lei cade in ginocchio umida di lacrime.

-„Lasciala stare bestia“ urlo. Immediatamente sento una fitta dolorosissima alla spalla che mi toglie il fiato. I gorilla sanno fare il loro lavoro.

-„Non s‘impicci“ urla di rimando, „si faccia gli affari suoi, questa è mia figlia e può ringraziare il cielo che oggi sono di buon umore e forse lascerò che se ne vada sulle sue gambe. Ma non s‘illuda, questa piccola peste a casa mi dovrà molte spiegazioni e non è detto che debba tornare a trovarla.“

Almeno è educato, mi da del Lei.

Prende la bambina per un braccio e la trascina via. Lei piange, implora e urla a suo papà che lo odia. Lui le molla un‘altra sberla, i gorilla nel frattempo mi hanno lasciato e si apprestano a seguire il loro padrone. Mi alzo e col poco fiato che mi resta in corpo la chiamo:

-„Piccola…“

Tutti si voltano.

-„Non dire così, non dire che lo odi, dai una carezza al tuo papà che ne ha bisogno, dagli un bacio…insegnagli qualcosa.“

Per un attimo nel bosco è sceso un silenzio irreale. I cani da guardia sembrano spiazzati, poi il padre-padrone si riprende e scompare nel bosco trascinandosi dietro la bambina. La sento che mi chiama.

-„André, mi aspetterai?“

-„Tutto il tempo neccessario!“ urlo con quanto fiato mi resta e con le lacrime agli occhi. Uno dei cani da guardia torna da me e mi sferra un pugno nello stomaco perché dirmi di tacere gli sembrava troppo poco. Quando rialzo la testa non c‘è più nessuno, il bosco è tornato silente.

 

16 febbraio

Sono sicuro che troverà il sistema di fuggire di nuovo dalla sua prigione. Io resto qui ad aspettarla, dovessero passare anni. Ce la porterò io a Buenos Aires, dovesse costarmi il carcere a vita o una pallottola in schiena. Sarei felice di poter ricominciare a camminare eretto, voglio dare una speranza a questo mondo e quella bambina lo è.

Alla piccola Chiara non ho mai finito di raccontare la storia del Piccolo Principe e della sua amicizia con la volpe, ci siamo sempre lasciati distogliere dal canto di un qualche uccello o dal rumore di un animale selvatico che correva nel bosco, allora finisco di raccontarla a te perché ci riguarda.

“Ah” disse la volpe, “…piangerò.”

“La colpa è tua” disse il piccolo principe “Io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

“E’vero” disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“E’certo” disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno” disse la volpe “il colore del grano”

Fuori si scioglie una magnifica alba d‘inverno, una di quelle che ho guadagnato immergendomi nei tuoi occhi. E‘bello, è strano, all‘improvviso mi sento meno stanco, meno vecchio. Ho voglia di correre…

 

 

Oggi è il 21 marzo, l‘inizio della primavera, secondo alcune tradizioni, come quella kurda che celebra il Newroz, oggi è anche l‘inizio di un anno nuovo. Oggi è successo qualcosa di speciale. Ma forse devo tornare velocemente nell‘anno vecchio affinché possiate capire. Non so perché, ma, ad un certo punto, ho preso tutte quelle lettere e ci ho fatto un pacchettino. Poi mi sono trasformato in una specie di investigatore e mi sono messo a fare qualche ricerca. Mi sembrava giusto cercare questa donna e consegnarglielo. Non è stato facile perché questa ragazza ha vissuto un matrimonio difficile con un uomo che non amava. Per sfuggirgli ha dovuto cambiare nome e continente. Indovinate un po‘cosa fa ora. Beh, dall‘Argentina mi hanno detto che vive con il fratello e suona il pianoforte in un barrio e che qui da qualche parte ha lasciato una figlia stupenda. Come mio dovere, le ho spedito le lettere. Proprio oggi, dall’argentina ho ricevuto una busta da consegnare ad André. Glie l’ho portata alla cascina e lui mi ha guardato come si guarda un cane viola passare per strada. Io me ne stavo li con un sorriso grande come il sole e questo lo ha insospettito ancora di più. Ha aperto la busta come se dentro potesse esserci una bomba, invece c‘era una foto sbiadita; un ragazzo e una ragazza abbracciati, sullo sfondo c‘era una distesa di neve candida. E’una foto che ha vent‘anni, è la foto di due ragazzi felici. Dietro c‘è scritto: Grazie André. Ti aspetto!

André non ha più spedito lettere, così non ho potuto leggere come è finita la storia, però mi piace pensare di saperlo. Anche voi vero? No? Non credete nelle favole? E‘importante credere nelle favole, sapete? E adesso è il viaggio che comincia, e non è un film per adulti, è roba per bambini che sognano, che giocano con aquiloni e rincorrono fate e folletti. Forza, datemi la mano, venite con me, saltiamo oltre quei monti, voliamo via…

 

 

                                                                                                                             Fap02-03

  




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Aggiornato il: 07 Dezember 2005                            Hit Counter visitatori 

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