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Profezia Erano
giorni di solitudine. Giorni monotoni fatti di niente, senza sale e senza pepe.
I momenti in cui l’unica cosa di cui hai voglia è quella di fuggire. Fuggire
dove? Non so, non c’è posto in cui sfuggire alla vita se non nella morte,
l’ultima speranza. Non c’è scampo alla follia di questa società, ma non
sono né abbastanza vigliacco, né abbastanza coraggioso per cercare l’ultima
via d’uscita. La fine o l’inizio, chi lo sa?! Era
troppo tempo che non mi sfogavo con qualcuno, ma non c’era nessuno con cui
potessi parlare. Gli amici erano tutti lontani. Lassù, in quel posto
affascinante ed ostile non conoscevo nessun altro. M’incamminai
in direzione del bosco. Dal pendio potevo distinguere le persone muoversi
freneticamente sulle strade della città. Vedevo macchine andare e venire,
Autocarri, pullman carichi di turisti…. Io ero come loro. Anch’io per cinque
giorni alla settimana diventavo un automa che correva freneticamente per quelle
vie. Mi rendevo sempre più conto di essere parte di quel sistema, di quel caos
programmato, calcolato. Anch’io una pedina. Solo in mezzo a milioni di miei
simili. Avevo
ormai camminato per ore quando decisi di fermami. Mi misi a sedere. La cittadina
non era ormai, che un piccolo punto, relegato in un angolo di quadro panoramico.
Ascoltai il vento che passava fra i rami dei larici e degli abeti. Assieme mi
raccontarono bellissime storie perse lontano nel tempo, accompagnarono i miei
pensieri con una musica dolce e malinconica che mi faceva stringere nella giacca
a vento. Una canzone primordiale che da millenni si ripete senza sosta per il
mondo. Un aviogetto solcò il cielo e ruppe l’incanto. Mi ridestai da un sogno
e vidi quel uccellaccio di metallo diventare un puntino illuminato nel cielo
serale. Mi colse un sentimento d’angoscia, un sentimento di vergogna. Baciai
la terra e le parlai. Le chiesi perdono per tutto. Perdono per l’ignoranza,
per la stupidità, per l’arroganza, per l’egoismo, per l’avidità, per
l’inquinamento, per le guerre, per i rifiuti, per gli assassinii ecologici, e
non da ultimo per la follia del ingegnieria genetica che assieme all’atomica
porrà fine alla malgestita presenza della bestia uomo su questo pianeta. Mi
senti svanire, mi parve di volare. All’inizio era fantastico, volavo sopra
mari e monti ma tutto ciò non aveva senso. Non capivo cosa stesse succedendo
solo più tardi capii. Nel mio viaggio vidi pannocchie gigantesche dissanguare
il terreno, vidi capi bovini enormi rubare spazio vitale agli animali selvatici,
vidi zone sterminate disboscate dalla follia e insetti voracissimi, contro i
quali nessun veleno era efficace, devastare campi e frutteti, vidi gli animali
non riuscire più nell’accoppiamento e morire, vidi gli uomini affamati,
terrorizzati e ormai prossimi alla fine. Vidi i guerrieri dell’arcobaleno
incatenati piangere sangue. Vidi la morte, la desolazione e poi più nulla, né
alberi ne fiumi. Solo le montagne rimasero uguali, ma ormai senza più nevi.
Rocce e terra secca. Morte… …Crollai
a terra, risvegliandomi da un incubo e guardai davanti a me. Lontano un
cerbiatto mi osservava incuriosito ed impaurito. Dalla foresta dalla mille voci
e dalle montagne si era levata una luna splendida, una luna magica sospesa sul
mondo, sopra le cime degli alberi e illuminava colline e montagne innevate. Era
bellissimo. Davanti
a questo mondo che muore chinai la testa e piansi.
Fabio Corfù ’98
St.Moritz 1998 |
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