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Il bambino kurdo,
il bambino iracheno e il sogno
1988,
Kurdistan. Periferia di Halabaja. Un
bimbo kurdo vaga fra cadaveri, urla e dolore. E’notte, non vede nulla .
Inciampa di tanto in tanto nei corpi di altri bambini, sente nell’aria
l’odore del veleno iracheno. Piange. I
suoi genitori erano partiti presto alla mattina. Si erano recati al mercato, giù
in città per vendere tappeti e vasellame. Con i soldi guadagnati, che si
sarebbero dovuti aggiungere a quelli già risparmiati in precedenza, volevano
conquistarsi un sogno riservato a pochi. Volevano che, almeno il maggiore dei
loro figli, un giorno, sarebbe potuto partire per andare a scuola. Volevano che
ricevesse un istruzione, per poter così un giorno fuggire da quel deserto di
odio e povertà. Ma prima ancora che ciò accadesse la rabbia vinse la bontà
del primo figlio. Esso partì, una notte, senza che nessuno sapesse, nascosto
dalle ombre della luna. Si arruolò nel PKK, il fronte di liberazione nazionale
del Kurdistan. Sei mesi dopo giunse
la notizia che era stato arrestato dai servizi segreti turchi e pestato a morte.
Ammazzato come un cane sotto il sole di maggio. La stessa sorte tocco alla
sorella un paio di mesi dopo. Ai genitori non restava altri che lui, Bengin. Un
bimbo di dodici anni a cui la guerra aveva strappato la gratuita magia dei primi
anni. Era la loro speranza, il loro futuro. Bengin
è un ragazzo intelligente. Capelli di carbone, come anche gli occhi,
profondissimi. Quando ride ti porta allegria al cuore, e quando balla con la sua
gente attorno al fuoco, nel cuore della notte, non sembra essere una creatura di
questa terra. Molti bimbi dicono sia un angelo magro, che un giorno mentre
ballava nel cielo, a causa della sua sottile corporatura, s’è infilato in
mezzo alle nuvole ed è caduto diritto diritto sulla terra. Quando viene giorno
però, la luce nei suoi occhi scompare, ed essi si riempiono di polvere, mentre
con i secchi arrugginiti si reca al pozzo. Questa
mattina Bengin, mentre era sulla collina con le sue capre, ha visto degli
elicotteri volare sopra la sua testa con rumore di tuono. Elicotteri neri che si
dirigevano verso la città. Ha avuto paura ed è corso sulla collina più alta.
Da li ha visto gli elicotteri gettare qualcosa sulla città lontana, ma non
capiva che cosa fosse, e non avrebbe capito fino quando non fosse scesa la sera.
Bengin torna a casa, ma non trova nessuno. Dalle vicine case diroccate sente
alzarsi pianti e urla disperate. Bengin ha paura. Una donna anziana è
inginocchiata davanti ad una vecchia radio e fissa nel vuoto. Bengin sente la
radio parlare di gas nervino e di un massiccio attacco alla città. Non sa cosa
sia il gas nervino, né conosce il termine “massiccio”. Conosce però la
parola “attacco” e capisce che non rivedrà più i suoi genitori. Ora è
solo, accompagnato solamente dalla sua immensa angoscia. Piange e cammina,
piange e cammina. Cammina lungo le strade disseminate di croci. Cammina accanto
agli accampamenti della croce rossa e continua. Cammina senza meta. Cometa
errante in un universo di solitudine. Non sa dove andare, ma va. Cammina senza
meta. Mangia quello che trova in giro o quel poco che qualche anziano contadino
gli offre. Cammina per settimane, senza sosta, lontano dalle strade per non
incontrare i militari e la polizia. Poi un giorno si perde in una piccola valle
arida spersa fra due monti rocciosi. Sta
per scendere la notte e si prepara ad affrontarla in un piccolo e improvvisato
giaciglio di foglie e erba. Sta quasi per addormentarsi quando sente un pianto
lontano. Si spaventa ma la curiosità è più forte. Si arrampica, nascosto dal
buio, su per un canalone. Arrivato alla sommità, si fa guidare da quel pianto
disperato, finché intravede una sagoma nascosta nell’ombra. E’un bambino
come lui. Avanza e gli tocca una spalla. L’altro bimbo si volta terrorizzato. “Non
aver paura” L’altro
bimbo smette di piangere. “Chi
sei tu, cosa ci fai qui?” “Mi
chiamo Bengin…mi sono perso, e ho deciso di passare la notte qui. E’un buon
posto, è riparato dal vento. E tu invece cosa ci fai qui?” “Io
abito a Baghdad. La mia sorellina è morta e mia madre mi ha mandato a cercare
il babbo…ma anch’io mi sono perso. Non sapevo dove cercarlo, poi ho chiesto
a dei militari, anche papà lo era, e loro m’hanno risposto che probabilmente
è morto. “…” “Tu
invece da dove vieni? Hai l’aria di venire da molto lontano” “Ma
dove siamo qui?” “Sul
confine fra l’Iran e l’Iraq credo, ma rispondi alla mia domanda, da dove
vieni?” “Sono
kurdo, vengo dalla città di Halabja…” “Cosa…sei
un kurdo?” Nel
bambino iracheno non resta più traccia della paura della notte, solo rabbia. “Mamma
dice che è colpa vostra se papà se né andato” “Credo
che potrei dire lo stesso per la mia famiglia che non rivedrò più, eppure non
ce l’ho con te” “E’perché
voi kurdi siete vigliacchi, lo diceva anche papà” Il
piccolo iracheno alza i pugni: “No,
non sono un vigliacco, ma se anche noi facciamo come i grandi questa guerra
continuerà in eterno. E’stupido continuare a uccidersi se provoca tanto
dolore, non trovi?” “Non
m’interessa, difenditi kurdo.” “Non
lo farò, ma continuerò a chiederti a cosa serve fare a botte, e ad ogni pugno
che mi darai, io te lo chiederò di nuovo, e ancora, e ancora…” “Serve
a dimostrare che noi siamo i più forti e vincerò” “Non
è facendo a braccio di ferro oppure picchiandoci che si risolverà qualcosa. Se
mi uccidi tu resterai solo, qui in mezzo a queste roccie e questo silenzio e
quindi anche tu avrai perso. Ma…e se invece andassimo a dormire e domani
provassimo assieme a trovare una strada e qualcuno che ci dia da mangiare?
E’come se tutti i bambini iracheni e kurdi costruissero un enorme aquilone
tutti assieme e tutti assieme correrebbero nella stessa direzione con la fune in
mano, per farlo volare, e se ce la faremo avremo vinto tutti. Non sarebbe
bellissimo? Così, noi se ce la faremo assieme, avremo vinto tutti e due, e
nessuno di noi due avrà perso. E’questo che voglio farti capire.” Il
bimbo iracheno abbassa i pugni, abbassa la testa e si lascia sfuggire una
lacrima. Poi la alza di nuovo, guarda Bengin e finalmente un sorriso gli
illumina il volto. Poi guarda il cielo e sussurra “Vinceremo…tutti” “L’ho
imparato da mio fratello. Il giorno prima di partire verso la morte mi ha preso
in braccio e mi ha raccontato la storia di un uomo che in un paese lontano aveva
sbagliato su molte cose, ma non su ciò che conta veramente. Poi ha concluso
citando una sua frase che mi è rimasta impressa nella mente, le parole più
belle che abbia mai sentito pronunciare dalla bocca di mio fratello, anche se
non erano sue… “ “Che
frase era?” “Ognuno
di noi…da solo non vale nulla !” Si
guardano. E ripetono assieme “Ognuno
di noi…da solo non vale nulla!” Ridono.
Accendono assieme un fuoco e sotto un immenso cielo stellato il bambino iracheno
canta mentre il bambino kurdo danza come un angelo…e chissà, forse domani
qualcosa cambierà veramente.
Fabio Corfu ’97 |
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