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I dinosauri pietrificati

 

Quand’ero piccolo, dalla finestra della mia camera, guardavo le montagne. Giganti di roccia che si paravano maestosi ed imponenti davanti ai miei occhi. Credevo fossero i fossili di cui parlava spesso mio padre. Pensavo a dinosauri pietrificati. Li guardavo e davo a ciascuno di essi un nome. Raccontavo loro dei miei giochi oppure di ciò che avevo fatto durante il giorno. Credevo di poter dare loro sollievo, un poco di distrazione nel loro sonno millenario. Spesso quando gli parlavo avevo come l’impressione che mi sorridessero, assumevano un’aria più allegra. Oggi la parte più razionale di me, mi fa pensare che, naturalmente era la mia immaginazione a far sorridere i giganti, eppure la sera, quando il sole sale ad accarezzare le cime più alte, mi sorgono ancora dei dubbi.

Un giorno raccontai questa storia alla mia insegnante, su all’asilo infantile. Lei rise e mi spiegò che cosa erano realmente le montagne. Utilizzando due fogli stropicciati mi mostrò com’erano nate. Concluse ridendo, che le mie erano solamente belle fantasie. Poi chiamò tutti gli altri bambini e raccontò a tutti la mia “fiaba”, e pure a quest’ultimi raccontò cos’erano realmente le montagne. Per la prima volta in vita mia capii il significato della parola umiliazione, e credo che per la prima volta in vita mia odiai una persona. La sera guardando le montagne piansi. Non mi sorridevano più, immobili ed impassibili sovrastavano la mia tristezza. Pensai che era stata quella suora, quell’insegnante con la sua “scienza” ad uccidere i miei amici.

Crescendo capii che in qualche maniera le montagne erano ancora mie amiche. Esse mi facevano ancora sognare, anche se in modo differente. Le guardavo e fantasticavo dietro ai paradisi perduti che si celavano dietro ad esse. Dietro ogni cima, in fondo ad ogni conca mi immaginavo estese valli colme di laghi, boschi di conifere e animali felici che vivevano liberi e movimentavano la vita di quei luoghi magici. Immaginavo che mai nessuno si era spinto fin là e che io sarei stato il primo ed unico uomo a vivere in quel eden. Pensavo che quando sarei stato più grande sarei andato lassù dove un giorno il mio occhio aveva guardato. Immaginavo che una volta arrivato lassù mi sarei poi costruito la mia capanna di tronchi e sarei vissuto di caccia e di pesca. Che delusione quando, più in là nel tempo, avrei scoperto che di paradisi perduti come quello che io amavo sognare, ne restano ormai ben pochi.

Mi ricordo quando, con i miei sci nuovi fiammanti ed i miei otto anni, dallo ski-lift che raggiungeva i 2500m di quota dovevo ancora chinare la testa all’indietro per poter ammirare le cime rocciose di quelle montagne. La prima volta fu in un nebbioso giorno di vento e nebbia. Il freddo era pungente ed io avevo le lacrime agli occhi. All’improvviso una raffica di vento in alta quota aprì un varco nella nebbia ed io riuscì a scorgere una vetta. Frastagliata, irta, buia. La roccia era quasi nera. Si sentiva il vento fischiare ed i gracchi alpini sembravano dei puntini. Mai come quel giorno quel giorno la montagna mi sembrò tanto magica ed inaccessibile. Mai come quel giorno mi resi conto che ormai mi aveva stregato e reso prigioniero. Nelle sterminate pianure o in mezzo al mare capita spesso che una malinconia struggente mi attraversa l’anima come una lama d’acciaio. Sento il bisogno di tornare da lei, dalla montagna, l’unico luogo dove io, come uomo, mi sento veramente libero.

Sono passati 11 anni da quel giorno. Sto scrivendo in solitudine queste parole dalla cima di quella montagna che tanto tempo fa mi fece sentire tanto piccolo. Si chiama Piz Bianc ed è alto 3036 metri. Credo che siamo finalmente di nuovo amici, credo che ora mi stia sorridendo, credo che quell’insegnante d’asilo si sbagliasse. Lei aveva letto tutto sui libri, io invece l ho vissuto, e ho chiesto alla montagna:

-“Chi sei tu? Cosa sei?”

Credo che lei mi abbia risposto, io ora so ma non lo racconterò perché se no la gente diventerebbe tutta come la mia maestra, lo leggerebbe e perderebbe ogni voglia di scoprire. Credo che ognuno debba scoprire la montagna ed il mondo con le proprie forze. Ascoltando la gente si può imparare e scoprire molto, ma bisogna innanzitutto disporsi ad essa, osservare e amare per capire, ci sono esperienze che bisogna vivere in prima persona, perché le parole non bastano e spesso sono effimere, disoneste e incomplete. Io ho capito e mai davanti ai miei occhi si è parato orizzonte più magico e vasto.

                                                                                              Fabio Corfù ’98




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Aggiornato il: 07 Dezember 2005                            Hit Counter visitatori 

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