Su

 

 

 

Su questo pianeta, costellato da rovine di ogni genere, c‘è un bosco ancora verde abitato da gente colorata che sopravviverà alla (il)logica del libero mercato e al contempo a quelle violente frange minoritarie del cosidetto popolo di Seattle. Questi fiori, che stanno crescendo insidiati dalle Tv, dalla moda, dal WTO e dalle vetrine frantumate che i contestatori si lasciano alle spalle, manifestano la scandalosa tendenza di sognare a colori e di violare le norme della rassegnazione collettiva. Questi fiori non si manifestano, non li trovi sui giornali o sulle TV, operano nell‘ombra, nel loro piccolo e mi stanno facendo riscoprire le cose buone che ancora sopravvivono dentro di me.

 

 

ETERNI STRANIERI

 

Cosa si dicono due vecchi amici che si ritrovano dopo molto tempo? Io non lo sapevo, così tesi la mano e dissi “ciao Olmo”. Il sole stava tramontando alle sue spalle e lui scrutava sorpreso i miei occhi socchiusi, accecati da quella luce arrossata che filtrava dai vetri. Mi osservò per un lungo momento sorseggiando la birra, mentre io me ne restavo li, come un imbecille, con la mano tesa ad aspettare che mi riconoscesse. Poi esplose in una risata fragorosa.

     „E siediti no?! Signorina“, disse rivolto verso il bar „porti un altro bicchiere e una bottiglia di quello buono che qui dobbiamo festeggiare.“

La cameriera fece un cenno affermativo e un attimo dopo mi ritrovai davanti una caraffa colma di vino. Qualcosa in lui era cambiato, ma quei due occhietti accesi e guizzanti gli davano un l‘aria da ragazzetto discolo che ha in previsione di tirare mattina con una chitarra e un paio di bottiglie. Non avrei mai immaginato di trovarlo li, oltre l‘oceano, in Canada, dodici anni dopo. Molti lo avevano dato per morto.

Restammo li ad osservarci per un momento che mi sembrò interminabile, seduti faccia a faccia, e nessuno dei due sapeva come cominciare. Ci guardavamo sorridendo e basta. Prima di farmi avanti ero rimasto per quasi venti minuti in fondo al locale ad osservarlo con in mano una birra, sopraffatto dai ricordi. Mi tornarono alla mente giorni che credevo di aver perso per strada, quando l‘estate si andava sui monti a far fieno. Olmo portava sempre una chitarra con sé e la sera suonava per noi bambini. Non cantava quasi mai, usava la musica come colonna sonora per i suoi sogni che raccontava con infinita passione e i suoi sogni erano tramonti, voci, rumori, treni, movimento, viaggio. Lui era già un giovanotto, io un bambino che girava ancora con le brache corte e le bretelle e non so come, ma diventammo amici. A volte queste cose succedono. Mi preferì a tutti gli altri e cominciò a portarmi in giro per le montagne. Ci arrampicavamo su per sentieri dimenticati, col sole e con la pioggia e lui camminava come un pazzo e io faticavo a stargli dietro, ma non volevo che se ne accorgesse e continuavo a seguirlo col fiato corto, i piedi indolenziti e talvolta le lacrime agli occhi. Quando camminava verso una cima sembrava dimenticarsi di me, ma io lo seguivo cocciutamente ovunque perché lassù tutto diventava magico. Li, con un panorama così vasto, uno poteva veramente sognare il superamento di orizzonti lontani e il nostro interrogativo era sempre lo stesso; chissà cosa c‘è, laggiù in fondo, oltre quelle vette, oltre quella linea d‘orizzonte!? Lui era felice di vedermi li, senza fiato e col cuore che, un po‘per la fatica e un po‘per l‘emozione, pompava a tutta birra, perché sapeva che lassù, sulle vette più alte, per qualche attimo potevo capire la sua voglia di andare, il suo bisogno di viaggiare, lassù, per qualche attimo potevo veramente capire il significato delle storie che la sera ci raccontava quando stavamo attorno al fuoco. E anch‘io ero felice perché quello era il mio rifugio e certe volte, quand‘ero lassù, come quando lui suonava, se chiudevo per un attimo gli occhi riuscivo ad essere come un aquila e sulle ali dei miei sogni volavo lontano, con gli occhi chiusi e le braccia tese, fra le cime delle montagne che si perdevano lontano, cullato dal vento, accarezzato dai primi raggi di sole. Lassù ho imparato che volare è possibile e bellissimo. Com‘erano forti i miei sogni allora. Sognavo le immense foreste del grande nord, fiumi e laghi scintillanti, montagne innevate e io che, poco lontano dalla mia capanna di tronchi, pescavo in compagnia di un grosso lupo che aveva deciso di diventare mio amico. Sognavo talmente forte che un giorno tutto il paese sparì, con tutte le case, le strade, le macchine, i lampioni e i ponti. In un batter d‘occhio crebbe la foresta e il fiume, non più guidato dagli argini tornò a scorrere libero, selvaggio. Mio nonno che era alle mie spalle chiese „Cosa è successo, dove cavolo è finito tutto il fottuto paese? E di chi è quel grosso cane?“ Io risposi che quello non era un cane ma un lupo, figlio della foresta e che se lo volevamo sarebbe stato nostro amico. Ridemmo assieme, ridemmo molto, poi costruimmo delle canne e andammo a pescare. Ma fui presto preso da una piena che chiamano tempo, mi ritrovai ragazzo, il nonno morì e il paese riapparve, con ancora più case e con ancora più strade ed io mi adeguai. Mi dissero che dovevo cominciare ad impegnarmi di più a scuola per ottenere voti sempre migliori così un giorno avrei potuto fare degli studi e trovare un buon lavoro. Faticavo parecchio a restarmene chino sui libri mentre fuori il mondo chiamava, ma tutti mi dicevano cresci e vedrai e col tempo quel richiamo si affievolì. Io crebbi e vidi e quel che vidi non mi piaque, avrei voluto non essere mai cresciuto e non aver mai visto nulla, avrei voluto tornare bambino per mandare al diavolo chi mi diceva cresci e vedrai e per correre e aggrapparmi alla roccia, per continuare a sognare. Quando non dovevo studiare cominciai sempre più spesso ad accendere la TV, una buona droga; pensa al posto tuo e ti porta in un altro mondo con poca spesa. Di tanto in tanto vedevo Olmo passare solitario, col sacco in spalla e mi veniva nostalgia. Lo immaginavo in cima a qualche montagna a parlare col vento, ad accarezzare le nuvole e sognavo di essere li con lui, ma non potevo, dovevo studiare così un giorno sarei diventato un banchiere, un dottore, un fisico o non so che altro. Allontanavo i bei pensieri e mi rituffavo nei libri. Poi un giorno Olmo venne a casa mia, non lo faceva mai e intuii che doveva esserci sotto qualcosa di importante. Ci sedemmo in giardino e mi annunciò che aveva lasciato il lavoro e venduto tutto quel che aveva. Io non dissi nulla, mi limitai a guardarlo a bocca aperta. Ricordo quegli attimi nei minimi particolari; da qualche parte c‘era un merlo che cantava e un sacco di macchine che passavano in strada perché era mezzogiorno.

     „Sono venuto a salutarti, oggi parto.“

     „Come parti?“

     „Questo mondo è impazzito, si sta annientando, bisogna che lo vada a guardare un ultima volta, dal vivo.“

Non riuscii a mettere a fuoco quest’ultima frase, ma le immagini che la sera scorrevano sullo schermo ronzante della TV mi fecero intuire che in qualche maniera Olmo doveva avere ragione. Lo guardai allontanarsi in silenzio, con la chitarra attaccata allo zaino, un po‘di biancheria e uno sguardo sereno; era già lontano e io non riuscii a dire niente. Accettò di dividere la benzina e di salire sul pulmino arrugginito di un tizio dall‘aria folle che se ne andava a zonzo per l‘Europa e per anni non si seppe più nulla di lui. Ma dodici anni dopo, in una piccola cittadina persa nelle grandi foreste della British Columbia, ci ritrovavamo ad osservarci stupiti, in un piccolo pub, con davanti molto vino e con dentro molti pensieri che si aggrovigliavano in modo caotico.

     -“E’strano il mondo che gira là fuori eh?” Disse allegro.

     -“Già” confermai.

Superato l’imbarazzo iniziale gli chiesi della sua vita, cosa diavolo aveva mangiato, dove aveva dormito, di cosa era vissuto.

     -“Davvero ti interessa?”

     -“Certo!”

     -“Allora ti piacciono ancora le storie…”

Quando c‘incontrammo in quel pub di Williams Lake stava tornando a Vancouver dove viveva da qualche tempo e dove aiutava delle organizazzioni non governative ad organizzare workshops in vista di una grande manifestazione antiglobalizazzione che si sarebbe presto tenuta a Seattle e che qualcuno assicurava sarebbe rimasta nella storia. Nell‘ambiente lo chiamano Swatch perché è svizzero e gira sempre senza fermarsi mai. Dodici anni fa, subito dopo la sua partenza ha cominciato col fare il suonatore di strada ad Amburgo per poi diventare tosatore di pecore in Australia e guida turistica in Marocco e alle Maldive. Poi inseguito da un marito geloso è finito prima in Argentina e poi in Perù dove ha contribuito a costruire una scuola per gli indios e per poco non si fa ammazzare dai militari che avevano scambiato un manico di scopa che aveva in mano per un fucile ed è anche stato tanto pazzo da sporgere denuncia contro l‘esercito, e sotto un regime quasi dittatoriale come quello di Fujimori questo equivale quasi ad un tentativo di suicidio, quando se n‘è reso conto ha lasciato il paese clandestinamente ritrovandosi poi a fare qua e la fra il Chiapas e Città del Messico, dove ha conosciuto Paco Ignacio Taibo II e ha cominciato a stamapare volantini a sostegno del popolo chiapaneco. Poi ha cominciato a sognare di diventare scrittore.

     -„Vedi?“ Mi disse, tirando fuori dalle tasche foglietti di ogni genere, „l‘importante quando hai un idea è inchiodarla su un foglio, se no poi ti scappa.“

     -„Cos‘è questo sogno di imbrattare carta con l‘inchiostro?“ Gli chiesi „Non lo sai che i poeti crepano di fame?“

     „Dovresti capirmi“ rispose, „A Città del Messico ho scoperto un certo feeling con la penna, ed ora ho deciso di scrivere un romanzo, poiché io credo nel potere di chi scrive. Se lo scrittore ti vorrà far viaggiare viaggerai. Se vorrà farti ridere ti fara crepare dalle risate. Se vorrà farti piangere ti scioglierai in lacrime. Se vorrà resuscitare qualcuno scommetto che lo scrittore saprà come tirarlo fuori dalla fossa. Capisci? Se lo scrittore ti vuol parlare tu lo ascolterai, per ore, e nessuno lo potrà interrompere perché lui ha già detto tutto quel che voleva dire. Al massimo un libro lo puoi chiudere e lasciar perdere, ma pochi lo fanno perché è bello ridere e a volte anche piangere. Scrivere è un modo per non lasciare sfuggire le mie storie.“

Non era cambiato affatto; sognava ancora principesse scendere nei campi ad aiutare i contadini e re capaci di sedere assieme col mendicante. È sempre convinto che un giorno sarebbe riuscito a trasformare l‘odio in amore, i draghi in agnelli, i diavoli in angeli, gli spettri in gnomi. Di tanto in tanto punta il dito da qualche parte su di una mappa e si prepara al prossimo salto, e non importa se sarà solo e se inciamperà mille volte, finché gli rimarranno costole da rompere si rialzerà, ogni volta, convinto che ne valeva la pena e che nulla è impossibile se uno ci crede per davvero. Glielo dissi.

     -„Non sei cambiato niente.“

     -„Non vale mai la pena lasciarsi andare e rassegnarsi“ rispose. „Bisogna correre, ridere, ballare, suonare, colorare, stringere mani, regalare sorrisi o canzoni perché un giorno la TV annuncerà che è tutto finito e chi non si è mai alzato dalla poltrona si chiederà per la prima volta se ha mai vissuto per davvero.“

Gli chiesi come mai, visto che lavorava a Vancouver, si trovava così a nord.

     „Per le foreste sacre!“ Esclamò come se fosse cosa ovvia. „Sai le cose brutte viste in TV fanno un altro effetto, sono spettacolo, fanno innalzare gli indici d‘ascolto, sono fiction e la gente non ci fa più caso, ma dal vivo, in quei luoghi devastati dall‘industria del legname c‘è un odore strano nell‘aria, e non è il buon odore di legno, è odore di morte. Li muore tutto, anche i salmoni che si ritrovano i fiumi ostruiti e intasati da detriti. Insomma mi sono unito al Forest Action Network. Gli ambientalisti canadesi propongono come progetto di sviluppo sostenibile il modello svizzero del taglio selettivo, visto che ero svizzero mi hanno chiesto di parlarne e io ho accettato, ma nessuno voleva ascoltare, solo in pochi giovani ho riscontrato un certo interesse, gli altri mandano giù tutto come prezzo da pagare per i loro privilegi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che invecchiando uno accumula cose e più invecchia più ha paura di perderle queste quattro stronzate che si è messo da parte e allora scende a compromessi e diventa meschino.“

Immagino che fosse per questo motivo che tutto ciò che possedeva era quella vecchia sacca da viaggio piena di ricordi, esperienze, indirizzi e sogni. Non voleva attaccarsi troppo alle cose materiali per poter continuare ad essere giovane.

     -„Un giorno arrivò la notizia che presto sarebbe stata rasa al suolo anche Ista, la foresta sacra dei Nuxalk, che fino a pochi giorni prima era area protetta. Per tutta la notte il suono dei tamburi rieccheggiò nella foresta e i canti sembravano un pianto dilaniante. Nella riserva nessuno dormì quella notte. Il concilio dei capi aveva deciso che quello sarebbe stato l‘ultimo dei soprusi, che non avrebbero più chinato il capo per offrirlo meglio alle multinazionali.“

Mentre raccontava teneva sempre lo sguardo perso sulla foresta lontana.

     -„Il mattino successivo un drappello di capi ereditari venne a chiedere ufficialmente il nostro aiuto. La foresta pullulava di boscaioli incazzati e di avanzi di galera armati dalle multinazionali del legname e sapevamo che la polizia era stata corrotta e non sarebbe intervenuta nemmeno se quelli avessero cominciato a spararci addosso. La nostra unica protezione era un improbabile copertura mediatica ed io sentivo di avere paura, ma quella gente mi aveva accolto a braccia aperte ed era sola contro il mondo. Tutto mi ricordava le storie del villaggio di Asterix assediato dai romani, avevano diviso il poco che avevano con me e quella magnifica e immensa foresta era una delle ultimissime rimaste, come avrei potuto lasciarli soli?“ Fece un cenno verso il bar e come d‘incanto arrivò un'altra caraffa colma di vino.

     „Quella notte abbiamo visto una magnifica aurora boreale e sentivamo la foresta fremere e pulsare di vita, perché sapeva che ci stavamo dipingendo i volti e che eravamo li per lei. Così poco tempo dopo mi sono ritrovato appeso ad un albero a tener teso un enorme striscione di protesta. Trenta metri più in basso, un centinaio di manifestanti sdraiati a terra bloccavano l‘accesso alla foresta ai bulldoozer e ai camion carichi di esplosivo. Sono rimasto appeso lassù tre giorni, col vento e sotto una pioggia gelida, mentre più in basso, gli indiani venivano scherniti e coperti di feci e urina.“

     „Si sono fatti umiliare per l’ennesima volta” pensai ad alta voce.

     „Credi che si siano sentiti umiliati? Dipende, io credo che nella dignità non c‘è umiliazione. Dopo sono finalmente arrivati dei poliziotti con delle imbragature e mi hanno tirato giù. Quasi nessun giornale ne ha parlato e molti non sanno cosa succede nelle foreste canadesi, ci sono troppi interessi in gioco, è una delle tante guerre dimenticate. Ma ora basta parlare di me, tu che ci fai qui?“

Ricordo che rimasi un lungo momento a fissare il bicchiere. Frugavo nel passato, nella memoria, fra i miei diari alla ricerca delle pagine dove questa storia aveva avuto inizio, ma senza trovarle.

     „Un giorno su di una rivista ho visto la foto di un gruppo di ragazzi con gli zaini in spalla pronti a partire con un volo di linea di una compagnia russa. Mi sono reso conto che li invidiavo. Avrebbero presto raggiunto Vladivostok, Mosca, Vorkuta o Irkutsk e la libertà degli spazi immensi e della natura selvaggia.“

     „Così sei partito.“

     „Già.“

     „Forza, riempi quel bicchiere.“

     „Guarda che è già pieno fino all‘orlo.“

     „Allora prendi un altro bicchiere.“

Che altro avrei potuto raccontargli? Di quando ero bambino e lui, con la sua chitarra, mi ha infilato sotto la pelle la voglia di viaggiare? Di come sono cresciuto e dei libri che ho letto? O delle canzoni e delle ragazze che ho amato? Delle sbronze che ho preso, dei miei viaggi in Interrail, delle scuole che ho fatto o dei dannati diplomi che ho preso? Le mie esperienze paragonate alle sue mi sembravano innezie. Non sarei mai riuscito a raccontare del mio lavoro alla banca. Si, perché ho fatto anche quello e mentre sognavo di montagne, foreste intatte e cascate scintillanti mi occupavo di operazioni di borsa e con poche battute su una tastiera o al massimo una telefonata vendevo e comperavo, mi ritiravo o investivo milioni, anzi miliardi. Con pochi colpi sulla tastiera potevo cambiare la vita a migliaia di lavoratori, cambiare la faccia di interi paesi di cui nemmeno conoscevo l‘esistenza, e quasi sempre in peggio. Lo facevo per una paga misera e per i profitti milionari di un finanziere cocainomane che mi stava sempre col fiato sul collo. Mi stava sempre alle spalle perché, non so come mai, gli piacevo. Ero il suo apprendista e voleva insegnarmi a diventare potente e sfruttare la liberalizzazzione dei mercati a mio vantaggio. „Noi guardiamo da lontano“, diceva. „Attraverso mezzi informatici analiziamo tutto e tutti, ma noi non sappiamo nulla del lavoro, della fatica e del sudore della gente e francamente non ce ne deve importare un fico secco. Dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sui profitti, solo sui profitti, centralizzare il potere ed essere spietati per riuscire a stare a galla. Non guardarmi così, nessuno trionfa pisciando acqua benedetta.“ Parlava sempre in modo spietato e mi spiegava quale parte della barricata era la migliore. „La gente abbassa la testa, si adegua a tutto“, diceva. „Ogni eccesso viene perdonato in cambio della macchina da pagare in sole dodici rate, una baracca con davanti due metri di giardino, un lavoro infame che ti rompe l‘anima, una misera busta paga alla fine del mese e alla sera il film in TV e la TV è una gran cosa e ci da una gran forza perché indebolisce gli altri. Capisci?“ E rideva. „La TV distoglie dalla realtà. Vedi cose orrende alla TV, così a casa e al sicuro da tutti la gente si sente fortunata e nessuno alza la testa. A differenza di un bambino che viene ucciso dal fucile di un pazzo un bambino che viene ucciso dall‘inquinamento non suscita tanto scalpore e se a quegli stupidi pecoroni sta bene così a noi sta meglio“. Era schifosamente sicuro di sé, ma insultava le organizazzioni per i diritti umani e si angosciava quando organizazzioni non governative come Greenpeace se la prendevano con le multinazionali in cui investiva e un giorno mi disse:

     „Per fortuna non combineranno mai nulla, sono troppo pochi e la gente è troppo pigra per sostenerli.“

     „Non ne sarei così sicuro“ risposi. „Tutto può diventare qualcosa.“

Quando a Ginevra ci fu la prima grande manifestazione contro il WTO e la Banca Mondiale lo vidi preoccupato. „Forse avevi ragione“ mi disse, „ora bisogna trovare il modo di calmarli e spremerli; abbiamo una nuova fetta di mercato.“ Tentava di ironizzare ma era sconcertato, quasi come il giorno in cui me ne andai sbattendo porte; uno dei pochi atti di coraggio della mia vita.

Ma a Olmo non raccontai nulla di tutto questo. Cominciavamo a sentire gli effetti dell‘alcol, lasciammo perdere il passato e cominciammo a parlare del futuro, come lo immaginavamo, come lo avremmo costruito e come sarebbe stato. Sognammo un mondo di pace, incontaminato con i bambini a giocare giù al fiume, bambini cresciuti con i piedi nudi a contatto sulla terra madre e non educati da Hollywood. Niente soldi, ma scambi e autosufficenza. Cibi genuini e sorrisi sinceri. Un sacco di colori, profumi e felicità. Sognammo gente e non consumatori e la gente la sognammo non più guidata dalle automobili, né guardata dalle TV, né programmata dai computer. Sognammo ragazze senza addosso quintali di trucco o vestiti firmati da chissà quale marziano. Sognammo un mondo senza macchine che s‘incrociano, ma con persone che s‘incontrano. Sognammo la gente vivere ogni giorno come se fosse stato il primo e dare ogni bacio come se fosse stato l‘ultimo. Sognammo che nessuno moriva di fame perché nessuno moriva d‘indigestione. Sognammo una donna nera diventare presidente degli Stati Uniti. Sognammo la chiesa dichiarare che nell‘amore non esiste peccato e sognammo che nessuna canaglia sarebbe più diventata un virtuoso signore. Sognammo che nessuno sarebbe più stato considerato uno stupido o un eroe se invece di fare quello che più gli conveniva avesse fatto quello che riteneva giusto. Fu allora che mi resi conto di essere ubriaco e mi venne voglia di piangere perché Olmo ai sogni ci credeva davvero, ma a me sembravano solo sogni e quel assurdo mondo che girava là fuori era marcio.

     „Quando tornerai a casa?“ chiesi.

     „Casa?!“ Rise. „Non saprei nemmeno dove tornare. Ormai ho dormito in tanti luoghi diversi che non so più quale scegliere quando mi chiedono da dove vengo. Del resto presumo che la Svizzera mi abbia dimenticato anche se a volte ho voglia di tornarci, almeno per vedere le montagne. Mi mancano le montagne. Non ho mai capito che cosa sto rincorrendo o da cosa sto fuggendo, ma questa vita mi piace, spesso riesco a rendere felice la gente che incontro e a me basta così. In qualsiasi paese di questo mondo sono sicuro che troverò sempre qualcuno che mi aspetta a braccia aperte. Il giorno che troverò la ragazza dei miei sogni, forse allora troverò anche terraferma.“ Si accende una sigaretta. „E tu, ragazze, c‘è n‘è qualcuna che ti aspetta adesso?“

     -„No. Se ci fosse forse non sarei qui.“ risposi.

     -„E‘strano l‘amore…“ disse, ed io sorrisi, già sapendo che si sarebbe lanciato in un'altra frase storica. „…è una catena, ma che ti lascia la libertà di volare.“

Ci annunciarono che il bar stava per chiudere. Uscimmo dal bar e ci ritrovammo sulla strada.

     -„Che farai un domani?“ Chiesi.

     -„Non so, il mondo è pieno di cose che vanno fatte. Vuoi farmi compagnia durante il viaggio?“ Chiese indicando col pollice la strada che si perdeva a sud della città.

     -„Non posso, c‘è un gruppo ambientalista e una nazione indiana che stanno facendo grandi cose su a nord, devo andare a dar loro una mano“, risposi indicando col pollice la strada che si srotolava verso nord.

     -„Bene. I sogni sono la cosa più preziosa che ci resta e almeno quelli non ce li può rubare nessuno, ma ci devi credere.

Ci abbracciammo.

„-Buon viaggio allora, e sii prudente, sta attento lungo la strada.“

-„Attento a cosa?“ Chiesi.

-„A non uscire dal sogno.“

Una volta ancora lo vedevo allontanarsi, camminando sul traballante e instabile mondo dei viaggiatori e provavo ammirazione per quel cocciuto romantico sognatore che gira il mondo convinto che prima o dopo troverà un giardino incantato e che crede ancora che il meglio arriverà da un momento all‘altro. Un sognatore, certo, ma non è mica una parolaccia, e dire che i sogni non hanno prezzo non significa che non valgono nulla. Ci sono un sacco di ragazzi con gli occhi lustrati dalle TV e dai video-games che sembrano infinitamente più vecchi di lui o che adirittura esistono solo fisicamente. Ciao Olmo, Olmo Swatch.

Chissà cos‘è quella cosa che crea uomini così diversi dagli altri, uomini senza attaccamento alcuno alle cose materiali, ma che sospirano guardando l‘orizzonte, uomini che non credono che il prestigio si acquisisca esibendo macchine ultimo modello, uomini che non cercano l‘eleganza nei capi firmati, ma in quella del volo di un aquila o in quella delle proprie buone intenzioni. Chissà perché nascono uomini che troveranno pace solo nel sorriso di un bambino, nella tempesta, nei treni presi al volo, nel rumore di aerei che se ne vanno, uomini senza ne radici ne patria, eterni stranieri? Non lo so, ma spero che vi siano degli angeli che vegliano su di loro perché sento che questi strani uomini sono miei fratelli.

 

                                                                                              Fabio Corfù

                                                                                              San Bernardino ‘99/Biasca’01




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Aggiornato il: 07 Dezember 2005                            Hit Counter visitatori 

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