Su

 

 

 

 

L’Europa che ci scorreva sotto

 

Ovvero, un’avventura in Interrail

 

Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita, senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Spostarsi è facile, spesso lo impone il lavoro o si vola in vacanza dall’altra parte dell’emisfero per spedire cartoline, scattare diapositive, comprare ricordini per amici e parenti, e tornare indietro identici a come si è partiti. Viaggiare con occhi sgranati sulle meraviglie altrui è inutile, quando l’anima resta chiusa nella cassaforte di casa.

 

Pino Cacucci, Camminando

 

Capitolo 1

 

 

1.     Mesocco (CH)

 

E’una domenica di settembre, ma non saprei dire con esattezza che data sia oggi. Del resto non credo che abbia molta importanza. Oggi parto e nelle prossime settimane il tempo per me non avrà più alcuna significato in quanto la durata del mio viaggio è strettamente legata ad un problema di finanze e non di tempo. Bravo chi ha detto che, i soldi e gli orologi sono le cose peggiori che l’uomo abbia inventato per dannarsi la vita. Quando riesci a sfuggire alla dittatura degli uni ti rendi conto di essere al guinzaglio degli altri. Comunque se tempo ne ho, di soldi molto meno. Appunto.

Il Chico ha detto che mi presterà i soldi per il viaggio, per il resto dovrei riuscire a cavarmela da solo, i soldi per saldare il debito li troverò poi…POI. Non sono sicuro di dove, e come, andrò a finire, credo che viaggeremo finché non troveremo un posto che ci piace dove fermarci, oppure continueremo a viaggiare perché scopriremo che i posti che vedremo ci piaceranno tutti. Comunque ieri sera il Chico mi ha beccato al bar che ero già un poco brillo, e lui se ne approfittato;

-Io domani me ne vado in Belgio, o in Francia, o in Olanda, o magari in Spagna. Perché non vieni anche tu, io parto domani in serata!

La Sheila, seduta un poco più in là ci guarda triste e si chiede come mai l’abbia chiesto a me e non a lei. Complessata com’è crede che sia già un miracolo di benevolenza il fatto che la lascino entrare nel locale. Io dal canto mio ci ho pensato tutta la sera. Mi sono svegliato stamattina con il mal di testa e ho ricominciato a pensarci. A mezzogiorno c’era il megapranzo domenicale dalla nonna L. Non parlavo. Non ascoltavo. Non guardavo, ma fissavo il vuoto davanti a me. Non masticavo e di conseguenza non deglutivo. Pensavo.

Forse prima di andare oltre sarà meglio che mi presenti, poi procederemo con ordine. Sono nato a Locarno il 3.3.1978, ho due conti in banca, tutti sotto zero, un diploma di commercio del quale non so che farmene. Inoltre ho una famiglia, degli amici, dei gatti, uno scoiattolo che di tanto in tanto viene a salutarmi, voglia di vivere e, come mi sembra abbiano molti, uno scazzo enorme che ti fa venir voglia di cambiare ma anche tanta indecisione, credo comunque che quest’ultimo sia un problema comune a tutta l’umanità. Cosa faccio nella vita? Difficile dirlo, non ho ancora trovato terraferma. Sono un vermiciattolo errante in questo letamaio che è diventato il mondo, forse è questo che mi spinge ad andarmene in giro, che mi spinge a correre in continuazione alla ricerca di qualcuno che mi permetta di continuare a credere che ne vale la pena. Che ne vada la pena cosa? Ma di correre in giro alla ricerca di qualcosa naturalmente. Ultimamente ho fatto parecchie cose. Dapprima la costituzione svizzera mi ha obbligato a prestare servizio militare. Al reclutamento mi sono presentato con un paio di certificati medici e qualche radiografia, con i quali avrei dovuto dimostrare di essere quasi in punto di morte, oltreciò avevo un formulario per la raccolta di firme per “una Svizzera senz’esercito”, così tanto per far intuire a quelle auguste chiappe e grasse panze cosa ne pensavo dell’esercito. Credevo fosse una tattica efficace per farmi scartare. Purtroppo dovetti ricredermi pochi mesi dopo, ovvero quando mi ritrovai a strisciare nella neve e nel fango con un fucile fra le mani. Dopo tre mesi di “tenentereclutavaffanculoarapporto” durante i quali ho imparato ad ingurgitare qualsiasi cosa sembrasse commestibile, non sapevo più dove sbattere la testa. Mi trovai un lavoro come cassiere in un ristorante presso una stazione sciistica. Era l’ultima cosa che avrei desiderato fare, ma avevo sempre sostenuto che una persona che vuol camminare con le proprie  gambe e vuole veramente lavorare, un lavoro lo trova. Rimasi fedele alla linea per ben tre giorni. Tre giorni d’inferno durante i quali mi ritrovai confrontato con migliaia di svizzeri che cercavano di risparmiare 5 centesimi su un conto di 100 franchi, italiani che mi chiedevano dove fossero le mucche, che li in mezzo alla neve non le trovavano e cercavano di fregare le cartine geografiche e germanici che sembravano selve di gore-e tetratex. Il terzo giorno, dopo che una tipa francese di circa 130 chili cercava di convincermi che le dovevo dare il pranzo gratis, in quanto; suo figlio aveva un amico che aveva un cugino che conosceva la moglie del proprietario del ristorante, presi la mia decisione: basta, o la va…o la spacco e me ne vado io. Arrivò la famosa moglie del capo e mi chiese se ero felice del mio nuovo lavoro.

-“Dannata strega impellicciata, mi stai pigliando per il culo…?” Pensai.

-“Sta scherzando?” Dissi

-“Qualcosa non va?” Disse.

-“Ci credo che non trovate nessuno che voglia lavorare qui. La paga è da fame, lo stress e stellare, ogni giorno mi devo subire gli insulti della gente perché la cucina fa schifo e i prezzi sono alti. Devo calmare le donne isteriche, dar filo ai pazzoidi che se ne vorrebbero andare con l’incasso per non creare casini, rincorrere i bambini che fregano cicche, dolciumi e lattine di coca-cola, quelli della “sector no limits” che vogliono lo sconto, gli stronzi della “colmar” che ne vogliono due, i maestri di sci che vogliono tutto gratis e come se non bastasse mi devo anche subire un numero incredibile di babbei che mi vengono a raccontare le loro avventure sulle montagne circostanti, ovvero uno che mi dice di aver finalmente aver visto uno Yeti a pochi passi dal ristorante, l’altro che mi dice di essere sopravvissuto ad una decina di valanghe, uno addirittura era convinto di aver raggiunto, in 250 metri di pista, la velocità di 200 km/h, questo prima della conseguente e rovinosa caduta, dalla quale naturalmente il nostro eroe, dopo mezzo chilometro di caduta, praticamente libera, s’è rialzato illeso. Vogliamo poi parlare del fatto che per smaltire tutta questa colonna di gente stressata e incazzata ci vorrebbero almeno tre o quattro casse, mica una. Signora, lei mi ha assunto come cassiere, non come psichiatra. Sa bene cosa significhi lavorare qui, e lei infierisce chiedendomi se ne sono felice? Signora, col dovuto rispetto, il prossimo che mi cerca uno sconto lo stendo e se lei a qualcosa da dire stendo anche lei.” Pensai.

“Signora, potrei citare migliaia di cose che secondo me qui non funzionano, ma non voglio insegnare a lei che si deve fare, credo comunque che questo posto non faccia per me, credo anzi che darò le dimissioni.” Dissi.

“Ci pianta in asso così?”

“Signora, o me ne vado o mi rosicchio un cliente.”

Lei non se la prese, sorrideva comprensiva. Erano pochi quelli che resistevano più di un paio di giorni, io ero nella media. Erano così a corto di personale che non volle mollarmi. Credo fossero proprio al limite della disperazione. Mi trovò quindi un posto alla stazione d’arrivo della seggiovia, seggiovia che dopo tre ore inceppai e dovettero intervenire quelli del soccorso aereo per evacuarla. Fortunatamente, dopo le dovute indagini scoprirono che non era colpa mia, ma si trattava di un guasto meccanico che aveva bloccato i freni. Finalmente giunsi a controllare una sciovia relativamente tranquilla dove potei passare il tempo leggendo, meditando sulle montagne e scrivendo i miei deliri. Chiaramente anche lì successero tante di quelle storie che non sto nemmeno a raccontare. Comunque per concludere con la stagione invernale giunse presto aprile e mi ritrovai con le tasche vuote e polmoni e fegato fottuti.

Concluso li, tanto per cambiare non sapevo dove sbattere la testa, sono quindi finito a St. Moritz a lavorare presso una banca privata. Là era anche peggio del servizio militare, perlomeno psicologicamente. Avete idea di cosa significhi lavorare in una banca privata? Perdipiù a St. Moritz, dove ho speso di più per mantenermi di quanto guadagnassi lavorando. Per me lavorare là è stato un po’ciò che sarebbe per una persona che ama gli animali torturare il proprio cane per guadagnarsi da vivere. Questo è stato per me lavorare là, eppure la gente quando sentiva che avevo dato le dimissioni mi diceva:

-“Cosa? Ma perché, tutti vorrebbero un posto di lavoro simile, è da lì che partono le carriere, saresti potuto diventare ricco giocando in borsa, saresti potuto diventare qualcuno.”

Già, al giorno d’oggi si diventa qualcuno solamente speculando sulla pelle altrui.

In genere rispondo che preferisco restare povero giocando a carte al bar piuttosto che ricco giocando in borsa.

Il tipo più assurdo fu comunque il capo. A differenza dei gestori degli skilift, lui sembrava soddisfatto, quasi ammirato, come se fossi stato un figlio suo che aveva appena superato un esame:

“Cavoli, complimenti, se ripassi di qui fammi un fischio che ti pago il pranzo.” Disse quell’orrendo omaccio grasso e incravattato.

E così me ne sono andato pure da St. Moritz. Meglio così, ho capito che il commercio non fa per me, non ho nessuna voglia di diventare un fetente come tanti uomini d’affari. In quegli ambienti, quando c’è un affare in ballo, si capisce subito chi è il buono e chi è il cattivo, a me restavano però fortissimi dubbi su chi fosse lo stronzo. Penso spesso se mi fossi sporcato la coscienza a vent’anni, come me la sarei ritrovata a cinquanta? A questo punto mi ritrovai ancora con un pugno di mosche. Non sapevo dove sbattere la testa. Decisi dunque di scrivere. Scrivere qualsiasi cosa, per parlare alla gente. Perché parlare alla gente? Per farla ridere. Quando c’è gente che ride mi sento anch’io più allegro. Oppure per farla piangere, di tanto in tanto fa bene, per sfogarsi no? Oppure per presentarmi quale esempio da non seguire. Oppure per dare forza ai ragazzi, “se ce l’ha fatta a combinare qualcosa questo qui, io che cosa divento? (Chiedo scusa a Benigni) Astrofisiconucleare?” Forse invece ho deciso di scrivere perché è uno dei pochi modi per parlare alla gente, uguale se si tratta di cose importanti o di cazzate, senza che nessuno si alzi e ti interrompa con una domanda idiota. Credo che ognuno abbia il diritto di parlare, e solo quando si avrà finito di esporre la propria opinione, o di raccontare la propria storia una terza persona avrà il diritto di intervenire.

Non è neppure immaginabile, per noi occidentali, o gente del nord, il livello di costanza, autodisciplina e saggezza atavica degli indios chiapanechi. Questi stanno al tavolo delle trattative per ventiquattr’ore di seguito e seguono ogni dettaglio, non trascurano una sola parola, e dialogano, cioè fanno qualcosa a noi sconosciuto.

                                (Pino Cacucci – Camminando)

Fu così che riuscì, in parte, a subaffittare il mio squallidissimo appartamento di St. Moritz e con i soldi che non avevo mi comprai un computer portatile, per poter combinare le due cose che desideravo di più: scrivere e viaggiare. Di esperienze da raccontare non ne avevo moltissime, le solite storie da giovani tossici; alcol, feste, ragazze, cazzate a bizzeffe, qualche scontro in piazza, qualche azione con Greenpeace, qualche viaggio on the road e qualche spinello.

Decisero che gli Stati Uniti erano malvagi, colpevoli della fame nel mondo, dell’apartheid e della tristezza. Quindi dichiararono guerra agli Stati Uniti.

                                (Jacopo Fo, S.Parini-C’era una volta la rivoluzione.)

Appunto!

Nulla di speciale insomma, ma avevo comunque una voglia folle di raccontare, soprattutto ad altri giovani come me, i miei ideali, le mie idee, renderli partecipi delle mie esperienze e delle esperienze di tutti insomma. A questo punto mi accorsi che non scrivevo affatto bene, avrei dovuto imparare. Decisi dunque di tentare un entrata alla 3D presso il liceo bigio di Lugano 2 per poi approdare all’università e magari buttarmi sulla storia o la geografia. Studiai per quasi due mesi, cose che con marketing e contabilità non avevano nulla a che fare. Dopo questi due mesi le mie finanze non erano più degne di questo nome. Non posso dire di essermi spaccato in due, ma per tutto quel tempo ho fatto per davvero il bravo ragazzo. La matematica era la mia croce. Per fortuna l’Ago ed il Chico mi aiutarono a capirci qualcosa così terminai il primo test con un’insufficienza semplice invece che con un’insufficenza-insufficente. Gli esami li superai comunque, in quanto spaccai con le lingue. Poi per diversi motivi che non starò a raccontare, decisi di abbandonare pure questa strada. Mi ritrovai sprofondato nella depressione più nera. Avrei voluto partire con Greenpeace per un azione di volontariato, ma per fare ciò un capitale minimo di base ci vuole. Dovevo trovare un lavoro. Lo cercai. Lo trovai. Di nuovo operaio-skilift. Però solo a partire dai primi di dicembre. Che cavolo faccio fino a dicembre, cerco un altro lavoro? Beh, non vedo alternativa. Poi un sabato sera, ovvero ieri, è arrivato il Chico e mi ha posto la fatidica domanda ed io in preda ai pensieri miei mi sono chiuso in un mutismo meditativo che nessuno ha preso sul serio. Ma ora, se davvero vogliamo proseguire con ordine torniamo al pranzo domenicale dalla nonna L. Mentre stavo pensando la nonna mi chiese:

-Vuoi un po’di krauti con la besciamella?

Io, che da cattivo svizzero ho sempre amato la pasta e odiato krauti e i Rösti risposi ad una domanda che mi era stata fatta la sera prima:

-Perché no?

E la nonna L. felice di quella risposta in prima mondiale, mi versò i krauti nel piatto.

 

 

 

(dalle pagine del diario dell’odissea)

 

 

 

 

2. Una domenica di settembre ’98

 

Mi sono alzato ed ho annunciato alla famiglia che sarei partito. Mio padre allora ha fatto una giusta osservazione.

-Bene, finché si è giovani è giusto accumulare esperienze di questo genere.

Poi ha continuato:

-Dove vai?

Rispondo che non ne ho idea. Mia nonna lancia un gridolino acuto.

-Quanto tempo starai via?

Rispondo che non ne ho idea. Mia nonna lancia un gridolino acuto.

-Ti bastano i soldi?

Rispondo che non ne ho idea. Mia nonna lancia l’ennesimo gridolino acuto. Mio fratello sghignazza come un beota. Poi la nonna L. ha continuato quasi stravolta:

-Guardati, non ti sei visto? Sei uno sconcio. Mi vergogno di te. Avevi un buon lavoro e ti sei dimesso, hai lasciato crescere la barba e i capelli lunghi, ti vesti come uno straccione e hai il comportamento di un animale selvatico, a casa non ci sei mai e a messa saranno anni che non ci vai più, sempre in giro su per montagne…

Nella lingua tarahumara non esiste un termine che possa significare Dio. Credono in qualcosa che è riconducibile all’insime della natura, divinità maschio e femmina allo stesso tempo…/…ma i tarahumara superstiti preferirono rifugiarsi sugli inaccessibili picchi della Sierra piuttosto che arrendersi al vangelo imposto col piombo.

                                Pino Cacucci – la polvere del Messico.

Continuò così per circa cinque minuti. E’una brava donna ma da quando è morta mia madre ha sempre cercato di rimpiazzarla e il suo sogno è di vederci venir su “per bene”, e cavoli, devo dire che ogni tanto pesa.

Poi intervenne mio padre ad interrompere il monologo della nonna L:

-Quando parti?

-Fra mezz’oretta. Vado a casa a prendere un po’di roba e poi filo…

Come quando partii per la Francia, o per l’America, o per l’Irlanda, la nonna L. si sbatté su di una poltrona e cominciò a recitare a memoria una scena di un qualche film drammatico che aveva visto la sera prima. Del resto anche mio padre non è sembrato felice del lasso di tempo che separava la mia decisione dall’azione. A suo modo di vedere mezz’ora per decidere ed organizzare un viaggio che mi porterà a spasso per l’Europa non è molto. Ho risposto che fa parte del esperienza pure questo, prima o dopo potrebbe tornarmi utile, e poi il bello di queste cose è improvvisare, non sapere cosa succederà domani. Se avessi già pianificato tutto una settimana fa, ora non mi godrei così a fondo e in modo tanto sadico questo momento.

Mi sono alzato ed ho salutato la famiglia. Con un po’di distacco, lo ammetto, ma i miei pensieri erano già altrove.

Mio fratello e mio padre mi hanno detto:

-Ciao, buon viaggio.

La nonna L. invece mi ha salutato con uno struggente addio. Credo che abbia imparato dalle telenovelas. E poi c’è ancora gente che sostiene che la TV non fa male.

Ora sono sul bus, sto andando a casa a preparare il mitico sacco “light 60” della Mammut. Credo che ci ficcherò dentro la tenda, il sacco a pelo e poc’altro. Suppongo che per un paio di settimane, tre magliette, una camicia, quattro paia di calze e due mutande mi basteranno. Se non mi basteranno mi arrangerò capovolgendoli e riutilizzandoli sull’altro lato. Non vedo alternativa, in quanto quando sono depresso non ho mai voglia di fare il bucato, e ultimamente ero depresso, dunque niente bucato, quindi niente vestiti puliti nell’armadio. Meglio così meno roba da portarsi in giro equivale a meno peso. E poi chi lo sa, potrei starmene via un mese, così come due giorni.

 

 

 

3.     Partenza dal paese

 

Ho preparato il sacco nel modo e nel tempo previsto. Il Chico è stato avvertito dall’Ago che lo accompagnerò nel viaggio. Questa mattina ho pregato il cielo che ci regalasse delle giornate assolate, così da non crearci problemi di pernottamento all’aperto e quindi di farci risparmiare. Dopo aver salutato i miei due gatti mi sono avviato tranquillo verso la stazione dei bus del paese. Mentre camminavo mi sentivo addosso gli sguardi della gente. Il mio paese non è il centro di niente, ma per la gente che ci vive è il centro dell’universo. In fondo è brava gente, semplice, attaccata si e no alle tradizioni. A volte è bello ascoltare i discorsi e le storie che corrono in questo paesino montano da mille anime. A volte invece è veramente deprimente. Gran parte dei giovani fra pochi anni saranno ormai parte dell’arredamento delle bettole del paese e del loro mito. Nelle classi ‘40-’55 si possono trovare molti “sessantottini” di rilievo. Essi scendevano in piazza nelle città a manifestare o a fare baldoria, oppure si ritiravano nei boschi. Neorurali, capelloni, barboni e alternativi di tutti i generi. Ma la gente del paese non è abituata a certe mentalità e scambiano un tipo un po’”alternativo” per un ambasciatore di satana. Qui, molti vecchi e meno, quando vedono uno che, come il sottoscritto, si carica il sacco in spalla e parte, con un paio di scarpacce, un paio di jeans e una maglietta bucata sotto le ascelle, si riversano alle finestre o agli usci e nascosti dietro alle tendine o dietro ad un vaso di fiori, lo seguono con lo sguardo finché non scompare dalla visuale. Una volta ne ho sorpreso uno che mi stava spiando con un binocolo. Guai a fare la spia al mio paese, sareste scoperti subito. Fino a poco tempo fa tutto ciò mi irritava, ora invece non ci faccio più tanto caso, anzi, mi diverte quasi. Anche oggi come sempre, immancabile, ad una finestra c’era la Mariangela, la mia vecchia maestra alle elementari. Probabilmente quando mi spia dalla finestra si chiede se quel tanghero con la barba e i capelli lunghi che passa la sotto in strada, e lo stesso bambino che un tempo sui banchi si prendeva il massimo dei voti a scienze e storia. La Mariangela non è un granché come spia, non cambia mai né finestra, né vaso di fiori dietro cui nascondersi, poi di tanto in tanto lascia accesa la luce alle sue spalle. E’ chiaro che tutti la sgamano. Il pregio della Mariangela però, è la costanza e la tenacia, credo che nessuno al paese sia al suo pari. Pensate che una volta sono partito alle otto del mattino per andare in città e lei era lì, appostata come un falco. La sera, verso le nove, quando sono tornato era ancora allo stesso posto. Io sinceramente trovo tutto ciò molto affascinante. In fondo,  a pensarci bene è chiaro che vivo in un paese di guardoni; anche a me ora verrebbe voglia di appostarmi a spiare la Mariangela che se ne sta a spiare la gente dalla finestra. Vorrei capire anch’io i suoi segreti. Per esempio: come cavolo fa a starsene li tutto il santo giorno senza dover mai andare alla toilette? Che abbia un vasetto anche lei nascosto dietro alla finestra? Che sia la finestra del bagno? Che si sia fatta l’impianto a tubo per un collegamento? Che abbia qualche potere paranormale e non senta mai il bisogno? E per mangiare? Forse mangia la terra del vaso di fiori di giorno e lo riempie di notte per il giorno dopo. Chi lo sa? E le gambe, non sente mai il bisogno di sgranchirsi le gambe? Affascinante, consiglio a tutti di venire al mio paese a farsi una bella spiata, che forse ho trovato il modo di rilanciare il turismo della regione. A parte questo, oggi mi sono chiesto a cosa stesse pensando quando sono passato sotto la sua finestra. Probabilmente ha pensato che sono pazzo, tocco, mentalmente instabile oppure sotto l’effetto di chissà quale droga. Probabilmente non è la sola che lo ha pensato. Ce n’erano altri anche alla stazione che mi osservavano, chi con discrezione, passeggiando alle mie spalle, chi seguendo le tradizioni del posto, seduti dentro le loro macchine con il cannocchiale e chi nascosti dietro le ormai mitiche finestre. Mi sono seduto ad osservarli. E’ stato divertente perché riuscivi ad indovinare la loro aria stupita. Dopo un po’un paio di loro si sono resi conto che li avevo sgamati, e senza far finta di nulla hanno abbandonato le postazioni. Sarà anche per un fatto psicologico ma non mi sarei stupito se mi sarei visto uscire un periscopio dal tombino davanti a me.

Comunque fra pochi minuti parto.

 

 

 

4.     Partenza alle 19.30

 

Una volta arrivato alla stazione ferroviaria, giù in città, mi sono dato da fare per il biglietto Interrail, che mi sarebbe servito a gironzolare qua e là, anche se credo che non disdegneremo l’autostop. Comunque se ci prefiggeremo una meta è meglio poter fare affidamento su tutt’e due i mezzi per raggiungerla.

Verso le sette ho incontrato il Chico e tre o quattro soci. Mi hanno raccontato che l’Ago sarebbe venuto volentieri con noi ma doveva studiare per gli esami all’università. Poveretto, è tutta l’estate che si spacca la testa mentre noi andiamo tutti in vacanza. Io e il Chico non si sa dove, la Sonia non si sa dove, il Giar in Marocco, La Maura in Grecia, Il Corrado, il Sacha, la Monica e il Gianbone in Messico. Forse fra poco anche suo fratello partirà per Londra. Probabilmente ora sarà a casa a succhiare il tappo della sua penna, visto che nervoso com’era avrà finito anche le sigarette. Ad Arthgoldau ci siamo separati anche dagli altri soci e abbiamo continuato verso Basilea. Credo proprio che ormai abbiamo deciso la prima meta. Andremo verso Strasburgo per poi continuare verso il Belgio, e chi lo sa, magari si può fare pure una capatina in Olanda.

A Basilea ci siamo arrivati verso le undici di sera. Il. Appena scesi dal treno abbiamo fatto uno di quei incontri talmente casuali che potrebbero sembrare assurdi in un caso normale, ma che quando si è in viaggio diventano del tutto normali, o quasi. Alan e Simone, detto Bas, due ragazzi di Bellinzona, pure loro in Interrail. Che coincidenza trovarci alla stazione di Basilea, sullo stesso binario, la stessa data, la stessa ora che aspettano il nostro stesso treno. Oltretutto, mi par di capire, gli unici quattro passeggeri del treno. Il Chico li conosce già bene, io no. Ci troviamo parlando del viaggio e dell’equipaggiamento, dopo un po’il discorso va a perdersi sulle strade del vizio. Abbiamo parlato delle ragazze olandesi, di birra e di Amsterdam con tutte le sue attrazioni. Non eravamo d’accordo su tutto. I due hanno smitizzato la birra belga. Il Chico, poveretto, c’è rimasto di sasso.

-Ma come, a me avevano detto che era la migliore.

Era sconsolato. Il Chico è un grande, perché pur non essendolo affatto, si fa sempre passare o per alcolizzato o per sconvoltone. Infatti, dopo essersi ripreso dalle rivelazioni dei due bellinzonesi tenta di rifarsi. Prede il suo minuscolo diario e mostra ai due una lista con i nomi di birre belghe disposte in ordine di bontà. Spiega che quella lista gli è stata data da due ragazze belghe che aveva conosciuto in Spagna poco tempo prima, Wendy e Kristine. I due guardano e poi chiedono:

-E questi nomi qua sotto?

-Ah, beh… anche quelli me li hanno dettati le due ragazze, sono i nomi dell’insalata.

Esplosione di stupore.

-Cazzerola, ti sei fatto la lista. Ma fate conto di tornare interi dal Belgio o cosa?

Probabilmente viaggeremo assieme ai due fino a Bruxelles, poi si vedrà.

Quella riportata qui sotto e circa la riproduzione della famigerata lista del Chico.

 

            Birra:

            Dueel

            Palm

            Trippel

            Stout

            Schtch

 

 

Rosendaal- Coffeesjop Azul            x                                   y

            Zero-zero               Sneejwitze

            Sputnikia               Hollandese Glorie

                                                Orange Butt

                                                Super Haze

     

 Se la lettura del primo capitolo vi é piaciuta scivetemi che provvederò alla pubblicazione dei seguito.

fabio@liberi.ch

 

 

 

 




Home

Aggiornato il: 07 Dezember 2005                            Hit Counter visitatori 

Per eventuali domande o commenti vi prego di inviare un messaggio a fabio@liberi.ch