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Per tutta la gente che non crede, per tutta la gente che non ha utopie, per tutta la gente che ancora non sa sognare, per tutti i popoli in lotta, dimenticati dal mondo perché non sono un piatto abbastanza appetitoso per le grandi potenze come la NATO, l’ONU o gli USA. La dedico inoltre a Halabja, città martire, che nel 1988, durante la guerra tra Iran e Iraq e stata vittima di un attacco ai gas nervini da parte dell’esercito iracheno. Quel giorno morirono 5000 persone, di cui almeno 4500 civili. A causa dell’avvelenamento delle acque e del cibo dovuto all’attacco ai gas due settimane più tardi il bilancio era salito di ulteriori 2000 persone, per il 96% civili che a differenza dei militari erano sprovvisti di maschere antigas, di questo 96% il 40% erano bambini. CONTRO L’ODIO LA POESIA, CONTRO LA POVERTÀ LA SOLIDARIETÀ, CONTRO UNA TERRA CHE MUORE UN MONDO DI SOGNI.

 

L’indio e l’uomo bianco

 

Quando il sole era ormai basso sull’orizzonte di colline lontane di terre senza nome, un giovane indio, come ogni sera si sedeva davanti alla sua capanna, chiudeva gli occhi e ringraziava madre natura per il cibo che gli offriva. Ogni sera il giovane indio, prima di consumare il proprio pasto, toglieva dalla sua razione la prima parte, e la migliore e la donava alla terra. Il mattino, appena alzato con un ampio gesto delle braccia salutava re sole e tutti gli elementi. Amava la terra. Amava il mondo, perché sapeva che senza di essa lui non sarebbe mai potuto esistere. Madre natura, dal canto suo era molto affezionata al giovane e ricambiava tutto il suo amore con del mais giallo e saporitissimo e con abbondante selvaggina. Erano amici. Arrivò il giorno che il giovane prese moglie ed ebbe figli. Le tribù gli diede il nome “colui che ama il mondo”. Il giovane indio ebbe una vita semplice e felice. Un giorno sua mogli morì di una grave malattia, così come molte altre donne del villaggio. La tribù, avendo paura del contagio partì e i figli del indio la seguirono. “Colui che ama il mondo si rifiutò di lasciare il luogo dov’era sepolta sua moglie. Fu l’unico a restare ed invecchiò da eremita.

Un giorno uno dei figli tornò per cercare di portarselo appresso, ma invano. L’indio si giustificò così:

-“Figlio mio, perché dovrei partire da questi luoghi che amo? Qui non sono solo, c’è lo spirito di tua madre che mi tiene compagnia, e c’è re sole, c’è la pioggia, ci sono gli alberi con  tucani, scimmie, pappagalli, formiche e molti altri amici che mi stanno vicino. Questi sono i miei luoghi. Tutto ciò di cui necessito è qui, perché partire dunque?”

Il figlio capì, salutò il padre e tornò presso la sua gente. L’indio ,ormai vecchio, si sedeva ogni sera a parlare con le piante del suo campo e poi terminava cantando una nenia che il vento gli aveva insegnato tempo addietro. Un giorno, mentre bolliva delle pannocchie sentì lontano nella foresta il rumore di un piccolo tuono. Il vecchio non capì di cosa si trattava. L’avrebbe scoperto il giorno seguente, quando un uomo dalla pelle pallidissima, vestito di ferro e col viso coperto di peli, si avvicinò alla capanna del vecchio impugnando uno strano bastone. Il vecchio fu impaurito da questa comparsa improvvisa e misteriosa. L’uomo bianco conosceva solo poche parole nella lingua dell’vecchio. Erano oro, morte e giallo. Le urlava in continuazione con fare minaccioso. Il vecchio disse d’aver capito e s’allontanò nel campo.

Torno poco dopo con un  pesante sacco e lo porse all’uomo bianco. Questi lo prese con brama, ridendo. Quando lo aprì però la sua faccia divenne cattiva. Il sacco era pieno di pannocchie appena colte. Per il vecchio l’oro giallo era quello e non averlo significava la morte. Il conto tornava. Ma l’uomo bianco non sembrava essere d’accordo.

“Te mato cabron” urlò, mentre dallo strano bastone esplodeva la morte con rumore di tuono, uguale a quello che il vecchio aveva sentito il giorno prima provenire dalla foresta. Il vecchio si accasciò e con un sorriso sulle labbra moromorò:

“Sapevo che non mi avrebbe ucciso la mia amica natura, ma qualcosa di diabolico, sfuggito al suo controllo…moglie vengo da te…”.

Il vecchio morì in pochi attimi con il torace pieno di pallini di piombo.

L’uomo bianco continuò a cercare un oro che non trovò mai, fin quando un giorno di ritorno da una delle sue spedizioni si ritrovò davanti ai resti della capanna del vecchio che aveva ucciso anni prima. S’accorse allora di essere anche lui diventato vecchio e di non poter più tornare alla “civiltà” senza l’aiuto di un paio di forti e giovani braccia. Decise quindi di vivere nella capanna semidiroccata fin quando qualcuno non fosse passato di lì. Capì che per sopravvivere avrebbe dovuto coltivare il campo che una volta era stato del giovane indio.

Per settimane l’uomo bianco zappò la terra e gettò semenze, ma il sole cadeva a novanta gradi sulla sua testa e da troppo tempo ormai non pioveva. L’uomo bianco perse la pazienza e cominciò a bestemmiare contro il mondo finché un giorno prese il bastone della morte e lo puntò contro il sole. Sparò e lo colpì. Il sole ferito corse a rifugiarsi sopra ad immensi nuvoloni che cominciarono a far cadere acqua sul campo. L’uomo bianco credette allora di aver vinto, ma dopo un po’ capì di aver sbagliato. Il cielo vomitava acqua sulla sua testa e sul suo campo, che in breve tempo diventò un mare di fango. L’uomo preso dalla rabbia sparò allora contro la pioggia e le nuvole. L’acqua ferita corse a nascondersi dietro i monti e lasciò spazio al vento che soffiando asciugava l’acqua in eccesso caduta nel campo. L’uomo bianco soddisfatto andò a dormire. Nella notte sognò un vecchio indio che gli sembrava d’aver già visto. L’indio gli disse d’averlo perdonato ma che non bisogna ferire e offendere il sole e l’acqua, padre e madre di tutte le cose.

L’uomo bianco si svegliò al mattino ma subito dimenticò il sogno e ricominciò ad imprecare per la parte di raccolto che sole e acqua gli avevano fatto perdere.

“Almeno tu dannatissimo vento cerca di far qualcosa di buono” Urlava.

Il vento offeso cominciò allora a soffiare a raffiche e spazzò quello che restava del raccolto. L’uomo bianco, colto dall’ira più tremenda prese il fucile e sparò contro il vento. I pallini di piombo fendettero l’aria ed il vento ferito si ritirò urlando nel bosco.

La notte il vecchio indio riapparse in sogno all’uomo bianco.

“Non devi ferire e offendere il vento. Lui é il custode di tutte le melodie del mondo, sulle sue ali trasporta la vita. Non offendere più la natura.”

L’uomo bianco allora si svegliò e andò a sedersi fuori. Voleva che qualcuno arrivasse finalmente, e lo portasse via di lì. Desiderava poter avere dei nipoti e coccolarli sulle sue ginocchia, nel giardino di una bianca casa ornata da migliaia di fiori, una vecchiaia agiata insomma, non voleva finire la vita da vecchio eremita. Guardò la luna nel cielo. Prese il fucile e glielo puntò contro.

“Luna, so che tu tradirai i miei sogni.” Così dicendo gli sparò.

La luna ferita si rifugiò in una nebbia fittissima e all’improvviso l’uomo bianco si senti vuoto di ogni cosa. Stremato da quella sensazione si addormentò. Mentre dormiva, gli apparì ancora una volta il vecchio indio.

“Uomo, tu hai sparato alla luna. Essa è custode dei sogni del mondo, in lei erano racchiusi i tuoi sogni, sparandole li hai uccisi, e nessun uomo può resistere più di un minuto senza sogni, perché senza sogni non si ha più nulla da raggiungere, e nulla darà più soddisfazione, nulla avrà più senso, se non la morte. Uomo, offendendo e umiliando la natura hai firmato la tua condanna a morte. Speravo che avresti capito e che avresti portato fra la tua gente il rispetto per la natura. Purtroppo non l’hai fatto, solo ora capisci. Spero che tra di voi ci sia qualcuno che ancora capisca che ciò che si fa alla natura lo si fa a se stessi e spero che lo capisca prima di essere prossimo alla morte…spero che qualcuno capisca che si ottiene di più da un amico che da un servo…”

L’uomo bianco si svegliò e di quel sogno non ricordò nulla finchè un minuto dopo essersi alzato, nella foresta rimbombò un ultimo colpo di fucile che si perse lontano fra l’eco di urla di scimmie e canti d’uccelli.

 

 

Questa storia ha una morale.

 

                                                                                              Fabio Corfu 1998

 




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Aggiornato il: 07 Dezember 2005                            Hit Counter visitatori 

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