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Ho sete…ho sete dannazione. Possibile che non vi
sia un ruscello, una fontana? Acqua. Penso in continuazione a questa parola:
acqua. Sono ore che cammino sotto il sole senza nemmeno un berretto. La testa
comincia a farmi male. Il sacco pesa una tonnellata in più rispetto a questa
mattina. Il mio sacco per un bicchiere d’acqua. Due piccioni con una fava. La
strada davanti e dietro di me corre diritta fino all’orizzonte, e su questa
striscia di catrame polverosa non sono ancora riuscito a scorgere una macchina
da questa mattina. L’ultima persona che ho incontrato è stata una vecchietta
che pedalava pigramente su di una scassatissima bicicletta antidiluviana. Si è
fermata un attimo a parlare. Mi ha detto che tornava dai campi, dove lavora suo
marito, ma è lontano dalla costa. I campi sono all’interno. Le ho chiesto
dove si trovasse la stazione più vicina, la vecchietta ha puntato l’indice
sull’orizzonte piatto dove la strada diventa tanto sottile che non si scorge
più. -“Quanto ci vorrà a piedi?” Chiedo. -“Cinque anni fa, quando ci sono andata l’ultima
volta, c’ho impiegato tre ore, ma ero in bicicletta…” Eccomi qua. Cammino e cammino su quella strada e in
mezzo a quel paesaggio, bello, ma sempre uguale. Tutto ciò è incredibilmente
frustrante. Mi siedo per un attimo a fumare l’ultima sigaretta che mi è
rimasta, a conferma del io stronzo che mi ritrovo dentro. Infatti quest’ultima
mossa tattica non fa altro che aumentare il mio bisogno di deglutire, il che è
alquanto doloroso con una gola secca come la mia. Resto seduto ad osservare la
terra piatta e lo sterminato verde che mi circonda. Da dietro le scogliere a
picco giunge il rumore del mare. Guardo il cielo. Nemmeno una nuvola.
Incredibile. Ho passato due settimane a Dublino durante le quali non ho mai
visto il sole, e li facevo quasi fatica a mandar giù le pinte di Killkenny. Ora
mi ritrovo in una zona costiera della piovosa Irlanda dimenticata dal mondo
sotto un sole che spacca i sassi. Mi sento quasi ridicolo ad andarmene in giro
con un K-way che mi penzola dal sacco. Finisco la sigaretta. Sono stanco, meglio
dormire. Se tutto va bene mi sveglierò stanotte e riprenderò il cammino sotto
le stelle, quando l’aria è più fresca. M’addormento sul ciglio della
strada. Sogni bellissimi che raccontano tanto e non dicono nulla mi trascinano
in dimensioni lontane, dove tutto è diverso e tutto è uguale, dove tutto è
semplicissimo e quindi incomprensibile. Dormo cullato da canti di fate e
folletti, dormo. Quando riapro gli occhi mi sembra di avere dormito un
eternità, ma è appena sera. Metto a fuoco ed ecco che compaiono a coprire il
cielo due teste rasta che mi osservano sorridenti. Balzo in piedi, sorpreso da
quella strana quanto improvvisa apparizione. Sono ancora totalmente
rincoglionito dal sole e dal sonno. Imbarazzato cerco di salutare, ma le parole
mi s’impigliano fra i denti. I due ridono, poi il rasta biondo attacca: “Scusa fratello, non volevamo spaventarti. Abbiamo
visto qualcosa sul bordo della strada e abbiamo pensato ad un animale investito.” Non so cosa rispondere. Poi interviene l’altro, un rasta pure lui biondo ma con un
barbone di almeno trenta centimentri e uno spinello in mano. “Cavolo mi sembri messo male, parli la nostra
lingua?” “Beh, qualcosina si, e in effetti non devo avere un
bell’aspetto” “Sei diretto a nord o a sud?” “Per essere sincero non ho nessuna idea ne di quale
sia il sud ne di quale sia il nord” Vedo posteggiato a venti metri un variopinto e
scassatissimo furgone con relative scritte del tipo, legalize it e peace and
love. “Comunque devo raggiungere la stazione più vicina.” “Beh, se vuoi ti diamo uno strappo” Dice
indicando il furgone. “Credo che rifiutare sarebbe una pazzia.” Salgo sul retro del furgone con l’hippy dalla lunga
barba, mentre l’altro mette in moto. “Come ti chiami?” “In genere tutti mi chiamano “viaggiatore” e
voi?” La gente in genere ci chiama “pot smokers”, ma
lui lo chiamo Al e a me hanno affibbiato il nome di Gesù, sai per via degli
occhi blu e la barba, dicono che assomiglio a Cristo quando s’è fatto
inchiodare…” “Beh, qualcosa di vero c’è.” “Vuoi assaggiare qualcosa di buono?” “Liquido?” “Come hai fatto a capirlo?” “A capire cosa? E’da stamani che non penso ad
altro…” Mi offre una specie di te tiepido, amarissimo.
Ringrazio e bevo avidamente. “Al, questo è forte. Sé l’è scolato tutto
d’un fiato”. Grida con tono stupito. “Cosa?” “Beh, sapete, è da stamani che non bevo nulla, non
volevo sembrare ingordo…” Al si gira a guardare Gesù. Per un po’a farla da
padrone c’è solo il rumore del motore. Poi scoppiano in una risata flemmatica
ma innarrestabile. All’immprovviso Al mi chiama. “Vieni a sederti qua davanti, vedrai che viaggietto…” Mi porto sul sedile anteriore. “Non capisco…” “Spero solo che riuscirai a tornare fratello” “Da dove? Di cosa state parlando?” Ridono. Guardo la strada intimorito da quelle risate, da
quelle frasi compiute ma senza senso. Poi mi sembra che il furgone aumenti
sempre più di velocità. “D’accordo che la strada tira diritta
all’infinito, ma non ti sembra di andare troppo veloce?” Di nuovo mi guarda e ride. Ora la strada corre sotto
di noi come impazzita. Trattengo il fiato. Guardare quel nastro di catrame che
mi saetta sotto il sedere mi fa star male. Stacco gli occhi dalla strada per
guardare il cielo, in cerca di un punto fisso, in cerca di qualcosa di stabile
che mi tranquillizzi lo stomaco. Cazzo. Vedo le nuvole sfrecciare sopra di noi.
Vedo il sole calare in meno di tre secondi dietro all’orizzonte, come se
qualcuno avesse tagliato un filo invisibile che lo teneva sospeso nel cielo. Per
un attimo il cielo si è infuocato ed un secondo dopo è stellato. Vedo la luna
sfrecciare nell’arco del cielo per poi scomparire dietro ad una zona collinosa
che scompare in un baleno. Mi guardo in giro. Non vedo più il cruscotto, la
strada, il furgone, gli hippy… Sono solo, seduto sopra il malconcio sedile di
un vecchio furgone che sfreccia nel buio sospeso a due metri dal suolo. Ho paura.
Mi aggrappo forte al sedile. Urlo. Mi rispondono delle risate lontane, perse in
una nebbia calata all’improvviso. Vedo il lontananza due puntini luminosi
diventare sempre più grandi man mano che mi avvicino. Sembrerebbe segnaletica
autostradale. Cazzo. Lo è per davvero. Ora li vedo bene sono due cartelli
immensi. Due frecce. Una, a destra, indica un tunnel immenso. Sotto di essa vi
è la scritta: Hell’s dich. L’altra, a sinistra, indica un lontano mare di
nubi illuminate. Sotto c’è scritto: Paradise. Non so come ma imbocco
quest’ultima. La folle corsa continua fin sopra le nubi, poi la velocità
diminuisce, e finalmente riesco a staccare la testa e le spalle dallo schienale
del sedile. La velocità diminuisce sempre più fin quando mi accorgo di essere
fermo, sono le nuvole che volano lente sotto di me a darmi l’illusione del
moto. Scendo dal sedile con un balzo. Mi sorprende constatare che le nuvole
reggono benissimo il mio peso. Sono ancora più soffici di come da bambino mi
immaginavo che fossero. È bellissimo. La paura mi ha totalmente abbandonato.
Ora si fa strada dentro di me una sensazione di totale benessere. Vedo migliaia
di colori diversi.. Rido. Sento uccelli cantare pur non riuscendo a scorgerne
nemmeno uno. Mi giro e vedo due alberi immensi nascere dalle nuvole. In mezzo ad
essi c’è un vecchio dalla barba infinita che dorme tranquillo. O almeno così
sembra. Non ha nemmeno una ruga ed il suo viso è di bambino, se non fosse per
la barba direi si tratta di un ragazzetto di cinque anni, ma c’è qualcosa nel
suo viso che mi fa capire che è vecchissimo anche se non riesco a capire cosa.
Poi apre gli occhi e comincia a fissarmi. Non so cosa fare. Già cosa faccio? “Vieni avanti.” Mi dice una voce che sembra
provenire da ogni parte, eppure so benissimo che è stato il vecchio a parlare,
anche se non ha nemmeno aperto bocca. Nella sorpresa non mi viene nulla di più
intelligente che un: “Dice a me signore?” “Secondo te?!” Mi guardo in giro. Un mare di nubi che si perde
all’orizzonte. “Comunque non mi chiamare Signore, non lo sono.” “Ma…io non intendevo Signore con la S maiuscola…signore
s minuscola…forma di cortesia…” “Silenzio ora.” “Sissignore.” “Sfotti?” “No, mi scusi…m’è scappato.” “Non sei curioso di sapere dove ti trovi?” “Beh, se non fossi ateo, potrei credere che questo
sia il paradiso” “Un ateo qui?…questo non è ancora il paradiso,
ne è solo l’entrata.” “Cosa? Senta, io non sono mica morto, ci
dev’essere un errore.” “Su questo sono d’accordo.” Dice tirando una
leva “Ci dev’essere un errore” Tutt’a un tratto le nuvole si aprono sotto il mio
peso. Le ultime parole che riesco a udire sono: “Un ateo in paradiso…Tze…che faccia di tolla…” Precipito. È buio. È l’infinito. Non riesco nemmeno a capire
se precipito in giù o se precipito in su. Decido che è relativo. Per minuti
infiniti tutto è uguale. Poi, tutt’a un tratto scorgo delle stelle, vedo
meteoriti passarmi accanto…mi trovo nello spazio. Il viaggio continua, finché
individuo quello che potrebbe essere il sistema solare. Mi sembra di riconoscere
il nostro sole, con quelli che sembrano Giove e Venere. Più lontano scorgo un
altro puntino luminoso che potrebbe essere un pianeta. Che sia il mio amato
pianeta terra? Vedo un astronauta della NASA a spasso per il cosmo.
Mi fermo. “Scusi signore, mi saprebbe dire se quella che vedo
laggiù è il pianeta terra?” Questo mi lancia uno sguardo terrorizzato seguito da
un urlo soffocato dal casco del suo scafandro spaziale. Chiude gli occhi e li
riapre in continuazione. Il suo respiro diventa affannoso. Sento che urla
qualcosa in inglese. Non capisco cosa, ma intuisco che sta cercando di
comunicare con la stazione terrestre. Ne deduco quindi che quella che vedo laggiù
è la terra. Bene. Mi giro per ringraziare quando noto che l’astronauta è
pietrificato dal panico, il vetro del suo buffo casco è tutto appannato. Sento
che urla. “My God, my God, help,
I have a contact, what should I do? Oh, my God…”
“Niente panico amico” Gli dico con fare benevolo
“È chiaro che stai male, come fai a respirare bene dentro quell’affare?!
Aspetta…ora te lo tolgo.” Stacco un paio di gancetti da dietro il casco e sento
il rumore come di una fuga di gas. Non ci faccio caso. Voilà, gli sfilo il
casco. “Ecco fatto amico, va meglio ora?” Non risponde. Mi guarda con aria stupita e poi
comincia a gonfiarsi come un palloncino. Le vene gli s’ingrossano a dismisura
e gli occhi pure. “Dio. Amico che schifo. Mio fratello ha gli stessi
problemi, se vuoi gli domando per un buon dietologo, te lo consiglio.” Non finisco la frase. Esplode. “Oh cazzo, forse più che un dietologo, qui sarebbe
utile la nettezza cosmica…mi sa che ho fatto un casino.” Mi guardo un po’ in giro. Vedo uno Space-Shuttle.
Al suo interno un tizio mi osserva da un oblò con gli occhi sbarrati. Lo saluto
con fare un po’ imbarazzato. Poi l’oblò comincia a macchiarsi di una
sostanza color sottobosco. Sta vomitando. Scuoto la testa e concludo che lo
spazio cosmico non è per l'essere umano. Lascio perdere e ricomincio a
precipitare. Entro nel atmosfera terrestre. A circa undicimila metri di quota
sfioro un boeing della Japanese Airlines. Per fortuna sono riuscito a mettermi
in posa per tempo, visto che al suo interno ho visto con la coda dell’occhio
un paio di flash. Però, che prontezza di riflessi questi giapponesi. Continuo il mio viaggio verticale. Mentre precipito
in mezzo ad un banco di nuvole incontro una cicogna che porta a spasso un pupo
dentro ad un fagotto. Nel becco oltre al fagotto tiene un mega sigaro cubano. “Scusa, hai d’accendere?” “Un attimo che guardo…” Faccio come per frugare nelle tasche ma non le trovo.
Mi guardo e finalmente mi rendo conto, con profondo imbarazzo, di essere
completamente nudo. “M-mi spiace…p-porto con me solo l’essenziale,
eh eh...” La cicogna mi guarda con aria un po’ dispiaciuta e
un po’ stupita. Cerco di allentare la tensione dell’imbarazzo con
una battutella. Mi prendo l’uccello fra le mani ed esclamo: “…solo l’essenziale per volare, s’intende.” Funziona. La cicogna ride. Ma all’improvviso vedo accadere il dramma. “Attenta” Urlo. Troppo tardi. Sghignazzando la cicogna lascia cadere
dal becco il fagotto col pupo dentro, il quale precipita senza rimedio verso la
terra. “Cazzo” penso. “Mi dispiace” dico. “Non ti preoccupare, meglio così. Quel pargolo
sarebbe stato la reincarnazione di Hitler. Meglio un po’ di rifiuti
spiaccicati da qualche parte, che un rifiuto vivente a capo di chissà quale
esercito.” “A beh. Se è così allora mi metto l’anima in
pace?!” “No problem. Ora però devo andare. Sono già in
ritardo. Devo dare l’annuncio di un aborto. Inventerò una balla dicendo che
è stato spontaneo.” “Anch’io credo debba continuare. Scusa se non ho
fuoco.” “Non fa nulla, anzi, sto cercando di smettere,
buona continuazione.” “Grazie altrettanto.” Continuo il mio viaggio verticale. Non è poi tanto
male. L’unica cosa che mi infastidisce un po’, è il fatto che non ho ancora
capito nulla di quanto sta accadendo ed il perché sta accadendo. Cominciò a vedere sulla terra le linee delle strade.
Pian piano vedo sotto di me un agglomerato delinearsi. Ci sto arrivando proprio
sopra. Caruccio come paesello, vedo che c’è anche una bella stazioncina. Eh
si, se continuo per questa traettoria dovrei arrivarci proprio nel mezzo. Ma
guarda che bello, ora vedo anche una locomotiva. Una di quelle vecchie che vanno
ancora a vapore. Accanto alla locomotiva vedo un anziano macchinista che si sta
accendendo la pipa. Gli sfreccio a ore 12 a circa mezzo metro di distanza.
Vorrei salutarlo, ma vado di fretta, non ne ho il tempo: Di colpo non vedo più nulla. Come se qualcuno avesse
spento la luce. Attorno a me è il buio più totale. Mi sento leggero,
leggerissimo, come se non avessi più corpo. E se fosse davvero così? Beh,
proviamo a palpeggiarci un po’….Niente. Forse ora comincio a capire che cosa
è successo. Si forse è proprio così, cosa potrebbe essere d’altro. Ora
capisco. SONO MORTO CAZZO! Aspetto per un eternità che qualchecosa accada. Poi
finalmente mi par di sentire il vento passarmi fra i capelli. Apro lentamente
gli occhi. Metto a fuoco. Sopra di me vedo un sole splendente e tutt’attorno
c’è un mare di erbetta novella. Mi metto a sedere. Strano. Questo luogo mi è
familiare. Sembrerebbe quasi il pianeta terra. “Ben svegliato fratello. Che il nuovo giorno
sorrida a te e a tutto il creato…peeeace!” Vedo Al, il tipo che guidava il furgone che mi si
avvicina sorridente. Intravedo anche l’altro, Gesù, tutto indaffarato a
liberare l’intestino nascosto dietro ad un albero. “Cos’è successo? Mi sento stranissimo…” “E’successo che hai ronfato per quindici ore
filate fratello” “E ci credo…” Urla Gesù da dietro l’albero
“Dopo il megatrip che s’è cuccato.” Non riesco a capire tutto al 100%, anche se una vaga
idea dell’accaduto comincia drammaticamente a farsi strada nella mia fantasia. “Avevamo paura che ti fossi fatto un trip with no
return, ma stavolta ti è andata bene.” “Ti abbiamo già ribattezzato:”il viaggiatore
resuscitato”, entrerai a far parte della mitologia hippy, stanne pur certo…” “Ma che cazzo state dicendo, vi siete rincoglioniti
forse? Cosa m’avete fatto bere ieri?” “Hey amico datti una calmata, hai fatto tutto da
solo, e poi se qui qualcuno dovrebbe essere incavolato quello sono io. Ti sei
fatto di botta e da solo tanto allucinogeno da portare a spasso venti persone e
chi ci ha rimesso sono io, che ho tirato avanti a spinelli tutto il giorno. E
che cavolo.” “Che c’era dentro?” “Ti piacerebbe saperlo eh? Spiacente, ma la ricetta
è segreta, ma se vuoi fra una settimana ci troviamo con un amico. Te ne puoi
procurare un po’. L’unica cosa che posso dirti sono gli ingredienti
principali, ovvero: LSD, funghi allucinogeni, peyote e un po’ di acidi vari di
produzione artigianale che produce un mio parente nei laboratori chimici
dell’università di Belfast, per questo motivo è difficile procurarsi questa
miscela.” “Comunque stanotte sei stato uno spasso amico”
E’ Gesù che ha finito di concimare l’albero con le proprie feci. “Ad un
certo punto ti sei spogliato e ti sei messo a testa in giù, poi ti sei messo in
posa come se ti stessero fotografando, ad un certo punto sei salito sul tetto
del furgone e ti sei preso l’uccello fra le mani ed hai cominciato a dire che
quello era l’essenziale per volare.” “Già”, interviene Al “Poi ad un certo punto,
fra una risata e l’altra ci siamo preoccupati. Cacchio, ti sei buttato giù a
testa dal furgone diritto sulla strada. Per fortuna eravamo fermi. Ti abbiamo
messo a dormire nell’erba e solo allora ti sei calmato.” I due ripensano alla scena e ridono. Rido anch’io.
E che altro devo fare? Pranziamo assieme. Vegetariano naturalmente. Racconto
del mio trip. Poi i due scoppiati mi dicono che devono riprendere il loro
viaggio. “Ed io?” Chiedo. “Cercavi una stazione no? Guarda giù dalla collina.” Guardo giù e vedo un piccolo villaggio con relativa
piccola stazione, e sui binari vedo una vecchia locomotiva a vapore e un vecchio
che fuma la pipa scruta il cielo e si gratta la testa. Vedo sulla strada qualcosa d’indefinibile, simile a
carne macinata. Tutt’intorno sangue. Guardo verso i due che stanno montando
sul furgone. “Brutto spettacolo eh?” “Cos’era?” “Boh, forse un gatto, una volpe…chilosà” “No, non abbiamo visto nulla, però ieri sera non
c’era. Al stanotte ha sentito rumori di frenata. Probabilmente l’hanno
arruotato.” Alzo gli occhi al cielo. Vedo una cicogna passare. “Che lassù nello spazio vi sia da qualche parte un
astronauta della NASA che se ne va a spasso per il cosmo?” I due si guardano: “Questo è ancora fuori come una campana” “Contento lui…” Mettono in moto. “Ciao fratello, ci vediamo.” Partono. Scendo alla stazione. Me ne resto lì a guardare il
macchinista guardare il cielo. Poi gli offro una sigaretta, ci sediamo e assieme,
mentre fumiamo, guardiamo il cielo. Poi mi osserva per un attimo e aggrottando
le sopraciglie mi dice: -“Da dove vieni tu?” -“Vorrei saperlo pure io” -“Ah…” Mentre la sigaretta finisce di bruciare, ce ne stiamo
li a guardare il cielo e a cercare quell’essere incomprensibile che
caratterizza i sogni. Credo che non avrò tanto presto risposta. Forse è meglio lasciare perdere. Almeno fin quando
non arrivi un qualche turista giapponese a portarmi l’istantanea di un pirla
volante….
Fabio Corfu ‘97 |
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